Il caso Fabrizi: ambasciatore richiamato da Addis Abeba, giallo diplomatico tra Italia ed Etiopia
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Redazione Interno
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Un caso diplomatico che sa di giallo agita i rapporti tra Italia ed Etiopia, con il rientro a Roma dell'ambasciatore Sem Fabrizi dopo soli dieci mesi dalla nomina. Ad alimentare la tensione, come spesso accade in questi frangenti, è la netta divergenza tra la versione ufficiale della Farnesina e le ricostruzioni giornalistiche che parlano di una vera e propria dichiarazione di "persona non grata" da parte del governo di Abiy Ahmed.
Una vicenda che getta un'ombra lunga sulla strategia italiana nel Corno d'Africa, regione di cruciale importanza per gli interessi nazionali, e che pone seri interrogativi sulla tenuta della politica estera del governo Meloni, messa a dura prova da quella che molti osservatori definiscono una "timida" reazione di fronte a un'affronto di rara gravità se solo la seconda ipotesi venisse confermata.
La ricostruzione dell'espulsione e la linea dura sui visti
A innescare il caso è stata un'inchiesta del giornalista Massimo A. Alberizzi, pubblicata su Africa ExPress e ripresa da Il Fatto Quotidiano, secondo cui il diplomatico, in carica da novembre 2025, sarebbe stato dichiarato persona non grata e costretto a lasciare il Paese. Al centro del presunto contrasto, che emergeva già da inizio anno stando a fonti vicine al governo etiopico, ci sarebbe l'irrigidimento voluto da Fabrizi nella gestione dell'ambasciata.
Il diplomatico, forte di una lunga carriera, avrebbe infatti imposto un giro di vite sulle pratiche dei visti, affidandone la gestione alla società estera VFS Global, e avrebbe limitato drasticamente i margini di intervento discrezionale, pratica che, a quanto pare, non sarebbe stata gradita dagli ambienti vicini al primo ministro Abiy Ahmed.
Una sorta di "moralizzazione" delle procedure che, come raccontato da alcuni testimoni, avrebbe messo in difficoltà quei membri del governo etiope che erano soliti approfittare di canali preferenziali per l'ingresso di merci di vario genere, fino ad arrivare a sospetti sul commercio di armi.
La versione della Farnesina: "ragioni personali" e chimica sbagliata
Su un fronte opposto, il ministero degli Esteri e la Farnesina hanno prontamente smentito la tesi dell'espulsione. La versione ufficiale parla di un rientro concordato con l'interessato, giustificato da "ragioni personali" e legato a una futura nomina per un nuovo, prestigioso incarico, probabilmente all'interno della stessa struttura del ministero.
A completare il quadro, fonti diplomatiche hanno parlato di una mancata "chimica" tra il diplomatico e le autorità di Addis Abeba, una spiegazione che, per quanto vaga, è parsa a molti un tentativo imbarazzato di archiviare una vicenda ben più complessa e spigolosa. La prudenza, se non il silenzio, del ministro degli Esteri Antonio Tajani, e l'assenza di qualsiasi misura di "reciprocità" nei confronti dell'ambasciatrice etiope a Roma, hanno però finito per alimentare i sospetti di una sostanziale resa italiana dinanzi alle pressioni del governo di Abiy.
Il peso politico del caso e le reazioni in Parlamento
Al di là delle interpretazioni, il caso Fabrizi rappresenta un episodio senza precedenti nella storia delle relazioni bilaterali tra Italia ed Etiopia, un Paese considerato partner strategico e massimo beneficiario del Piano Mattei. La rapidità del richiamo, a fronte di un mandato che di solito dura quattro anni, ha trasformato un incidente diplomatico in un vero e proprio caso politico. L'opposizione, con il Partito Democratico e Italia Viva, non ha tardato a raccogliere la palla al balzo, annunciando interrogazioni parlamentari per fare luce sulla reale natura del rientro.
Il deputato Ivan Scalfarotto ha chiesto al governo di riferire in Aula, sottolineando che non è più ammissibile tergiversare su un affare che mina la credibilità della politica estera italiana, messa in discussione da un alleato strategico come l'Etiopia.
Un precedente pericoloso nella strategia africana del governo
La vicenda, a prescindere dalla sua reale natura, si inserisce in un quadro geopolitico delicato per l'Italia, che ha costruito gran parte della sua nuova politica africana sul legame privilegiato con Addis Abeba e sul Piano Mattei. L'Etiopia, nonostante le ferite ancora aperte della guerra civile in Tigray e le persistenti tensioni interne, rimane un attore chiave per la stabilità del Corno d'Africa e per gli interessi economici italiani, come dimostra il coinvolgimento di grandi aziende nazionali in progetti infrastrutturali strategici.
Che si sia trattato di un'espulsione, di un richiamo precauzionale o di una forzatura della Farnesina per evitare un incidente più grave, il danno d'immagine per l'Italia risulta comunque significativo. Il governo Meloni, che aveva fatto della difesa degli interessi nazionali all'estero un cavallo di battaglia, si trova ora a fronteggiare un precedente che, nelle parole di esperti del settore, rischia di trasformarsi in "un pericoloso precedente" per la diplomazia italiana in Africa, dimostrando una vulnerabilità che i competitor internazionali potrebbero facilmente sfruttare a loro vantaggio.
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