L'addio a Robert Redford, il cowboy che amava il cinema indipendente
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Con la scomparsa di Robert Redford, avvenuta lo scorso 16 settembre nel suo ranch nello Utah all’età di 89 anni, il cinema perde non solo un volto iconico, ma soprattutto un infaticabile promotore della creatività al di fuori dei grandi studi. La sua carriera, iniziata sui palcoscenici di New York dopo gli studi al Pratt Institute e consacrata dal successo planetario del western “Butch Cassidy” del 1969, dove recitò al fianco di Paul Newman, è stata infatti solo una parte del suo contributo all’arte. Ciò che lo ha distinto, rendendolo una figura unica, è stata la scelta di utilizzare la sua popolarità per costruire un faro per il cinema indipendente: il Sundance Film Festival e l’omonimo Institute, da lui fondato nel 1981, che restano la sua eredità più duratura e rivoluzionaria.
Il suo legame con i vasti territori dello Utah, dove scelse di vivere, non fu mai un semplice sfondo paesaggistico ma divenne parte integrante della sua identità, sia artistica che personale. In quelle terre aspre, che ricordavano i set dei suoi western più famosi, trovò non solo rifugio ma anche l’ispirazione per creare un santuario per cineasti fuori dagli schemi. Quel legame con il West, fatto di spirito intraprendente e amore per gli spazi aperti, era incarnato da uomini come A.C. Ekker, una guida di Green River che, con il suo servizio Outlaw Trails, rappresentava l’essenza di un vigore pionieristico ormai raro.
Il cordoglio per la sua dipartita ha travalicato i confini di Hollywood, toccando il cuore di generazioni di spettatori e colleghi, come l’amica e partner di scena di una vita Jane Fonda, con la quale girò pellicole indimenticabili come “La caccia” e “Le nostre anime di notte”. La Fonda ha espresso pubblicamente il suo rimpianto per non essere riuscita a fargli un’ultima visita, un sentimento che molti hanno condiviso.




