Robert Redford, si spegne a 87 anni il visionario del cinema indipendente
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Redazione Cultura e Spettacolo
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La notizia della sua scomparsa, giunta a pochi mesi dall’annuncio storico del trasferimento del Sundance Film Festival da Park City a Boulder a partire dal 2027, assume i contorni di un simbolico passaggio di testimone. Robert Redford, la cui carriera ha attraversato e definito oltre mezzo secolo di cinema americano, se n’è andato lasciando un’eredità che va ben oltre la sua filmografia, per quanto gloriosa. L’istituto da lui fondato, infatti, si appresta a vivere una nuova fase, un cambiamento epocale che lui stesso aveva visionato e che ora, senza la sua guida fisica, dovrà affrontare il futuro.
La sua statura di attore, che lo rese un volto iconico del ‘sogno americano’, rischiò a lungo di oscurare il suo acume intellettuale e la sua lungimiranza produttiva. Iniziò, non a caso, la sua ascesa come interprete di rottura, troppo bello per essere preso sul serio dalla critica più ostinata, eppure capace di forgiare un’immagine di antifragilità e di intelligenza sottile. Le sue indimenticabili collaborazioni, come quella elettiva con Paul Newman in “Butch Cassidy” o quella feconda con il regista Sydney Pollack, gli permisero di accumulare quel capitale artistico e, soprattutto, finanziario che reinvestì in un’idea allora considerata eretica: dare una casa al cinema fuori dal sistema.
Quell’idea, nata da uno “sguardo inscalfibile” e da un carattere determinato, prese il nome di Sundance Institute e del relativo festival, divenuti in pochi decenni la fucina globale per il cinema indipendente. Fu una scelta preveggente, come ebbe a ricordare il regista italiano Gabriele Muccino, che proprio a Sundance con “L’ultimo bacio” trovò il suo primo cruciale riconoscimento internazionale. Redford creò un ecosistema unico, un luogo dove le voci fuori dal coro – quelle che lui stesso aveva impersonato da star – potevano finalmente essere ascoltate e celebrate, scardinando i meccanismi opachi di Hollywood




