Robert Redford, l'addio a un volto senza tempo dello stile e del cinema
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Se n’è andato all’età di 89 anni Robert Redford, lasciando un vuoto che travalica i confini della sua prolifica carriera per insinuarsi in quell’immaginario collettivo che lui, forse più di molti altri, ha contribuito a forgiare. La sua scomparsa, avvenuta lo scorso 16 settembre, non segna soltanto la fine di un’era cinematografica, ma anche quella di un’icona di eleganza discreta e di personalità, la cui cifra stilistica – fatta di pullover a collo alto, camicie immacolate e completi impeccabili – è diventata parte integrante della sua leggenda.
La sua figura, contraddistinta da uno “sguardo altrove” e da una “mascella definita” che oltreoceano definivano “a very angular jaw line”, è stata per decenni sinonimo di un fascino asciutto e moderno. Un’estetica che, sia nella vita privata che su set, rifuggiva l’ostentazione per abbracciare una coerenza di fondo, fatta di capi divenuti a loro volta memorabili quanto i personaggi che ha interpretato. Emblematico, in tal senso, il caban blu doppiopetto indossato ne “I tre giorni del Condor”, un capo che sembrava essergli stato cucito addosso e che è entrato di diritto nella storia del costume.
La sua eredità artistica, che gli è valsa due premi Oscar – il primo per la regia di “Gente comune” nel 1981 e il secondo, alla carriera, nel 2002 –, è un mosaico complesso di ruoli da attore e di visioni da regista. Un percorso che lo ha visto navigare con uguale maestria nel cinema di intrattenimento e in quello d’autore, senza mai concedersi alla facile categorizzazione. Come ebbe a dire lui stesso in un’intervista a Hollywood Reporter, sviluppò presto “una visione dark dell’esistenza”, guardando il suo paese con “un occhio inflessibile” capace di coglierne le imperfezioni e le ipocrisie, a cominciare da quel detto per cui “l’importante è giocare” che definì, senza mezzi termini, “una bugia”.




