Torino, il corteo e la violenza dei black bloc: una storia che si ripete
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Redazione Interno
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Il pomeriggio del 6 febbraio ha riportato alla luce, nelle strade di Torino, un copione tristemente noto: quello dei cosiddetti black bloc, un esercito informale e itinerante di militanti vestiti di nero, noti alle forze dell’ordine eppure sempre presenti, che hanno trasformato una manifestazione in un teatro di violenza e danni. La loro azione, quella di un gruppo organizzato e distruttivo, si è abbattuta in modo paradossale su Askatasuna, il centro sociale torinese da cui era partita la protesta, contribuendo ad azzerare una reputazione pubblica già fragile. Lanciando quelle che possono essere definite pietre simboliche, hanno colpito non solo l’edificio ma l’idea stessa di un dibattito aperto, prendendo di mira quanti, pur in un corteo pacifico, si riconoscono nella difesa del diritto di esprimere posizioni anche estreme. La sinistra che ha rifiutato di leggere in quegli scontri una prova generale per nuove forme di lotta armata si è trovata, suo malgrado, nel mirino di quella stessa furia iconoclasta.
Il ritorno di un mito duro a morire
La scena, catturata dai video e rimbalzata con immediatezza sulle piattaforme digitali, ha riproposto una dinamica arcinota: l’arrivo in corteo di decine di figure incappucciate, il loro posizionamento in avanguardia, la muta dichiarazione d’intenti. Come osservava Susan Sontag, il mondo è cambiato da quando esiste la fotografia; e ancor di più da quando ogni smartphone può documentare e diffondere in tempo reale. Quell’immagine, però, sembra scorrere in un loop temporale, riattivando un eterno falso mito. Si tratta della narrazione, dolciastra e rassicurante, del corteo pacifico composto da famiglie e cittadini, improvvisamente “infettato” da elementi estranei e violenti. Una retorica che affonda le radici negli anni delle prime forme di autonomia organizzata, quando già si evocava la presenza di “energumeni” estranei alla manifestazione, responsabili di averne stravolto la natura.
La rete e le storie parallele
L’attenzione delle inchieste, come emerso dai successivi approfondimenti giornalistici, si sta concentrando proprio sulla struttura di questi gruppi, indagando sui legami che potrebbero unire nuclei operativi in diverse città europee. Parallelamente, altre storie di cronaca richiedono una riflessione attenta, come il tragico rogo di Crans-Montana, dove le parole di una madre, intervistata dopo la perdita della figlia, raccontano un dolore che va ben oltre la dinamica dell’incidente e interroga le coscienze. Sono narrazioni che scorrono su binari differenti, certo, ma che testimoniano la complessità di un presente in cui il bisogno di verità e giustizia assume forme molteplici e urgenti.
Oltre la cortina fumogena delle etichette
Ridurre l’analisi di quanto accaduto a Torino alla semplice contrapposizione tra “buoni” e “cattivi” significa perdere di vista elementi cruciali. La presenza di soggetti organizzati per la guerriglia urbana all’interno di manifestazioni pubbliche pone interrogativi stringenti su metodi di prevenzione e controllo, senza che questo implichi una criminalizzazione generale del dissenso. D’altronde, la violenza di piazza, con il suo corollario di devastazioni e intimidazioni, finisce per erodere gli spazi stessi del confronto politico, anche di quello più radicale. Quelli che alcuni considerano gesti simbolici, infatti, producono danni materiali e conseguenze giudiziarie molto concrete, oltre a un clima di paura e contrapposizione che poco ha a che fare con le istanze di cambiamento sociale.




