G7, black bloc e cariche della polizia a Ginevra: la rabbia esplode prima del vertice di Evian

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La tensione accumulata nelle settimane di preparazione è esplosa ieri pomeriggio sulle rive del Lemano, a poche ore dall’inizio del vertice dei leader delle sette maggiori democrazie industrializzate.

Ginevra, che per ragioni logistiche ospita una parte rilevante della macchina organizzativa dell’evento (molti capi di Stato e di governo, incluso il presidente degli Stati Uniti, hanno scelto di transitare dall’aeroporto internazionale della città svizzera prima di raggiungere la vicina Évian-les-Bains), si è trovata improvvisamente al centro di una tempesta di violenza che ha rischiato di travolgere il dispositivo di sicurezza.

Le autorità elvetiche, che avevano già predisposto un imponente spiegamento di forze per gestire la contestazione attesa, hanno dovuto fronteggiare l’azione di frange violente infiltratesi nel corteo, portando a duri scontri che hanno richiamato alla mente quanto accaduto oltre vent’anni fa, quando proprio l’allora vertice di Evian era stato macchiato da devastazioni e tumulti.

L’assedio al corteo e la reazione delle frange anarchiche

Secondo le stime fornite dalla polizia cantonale, circa ventimila persone hanno aderito alla mobilitazione indetta dalla coalizione "No G7", un numero significativamente inferiore rispetto ai cinquantamila previsti inizialmente, ma sufficiente a paralizzare il traffico e a creare varchi difficili da controllare per le forze dell’ordine. La maggioranza dei manifestanti, come riportato dai media locali, stava procedendo pacificamente lungo il percorso prestabilito quando, nelle vicinanze della sede europea delle Nazioni Unite, la situazione è rapidamente degenerata.

Un gruppo di circa seicento elementi, riconducibili alla galassia dei black bloc (riconoscibili per l’abbigliamento scuro e l’uso di passamontagna), si è staccato dal resto del corteo invertendo la direzione della marcia, e ha cominciato a lanciare contro gli agenti oggetti contundenti: sampietrini, bottiglie di vetro, pezzi di cemento e, in alcuni casi, petardi e fumogeni.

La risposta della polizia antisommossa non si è fatta attendere: dopo essere stata bersagliata per diversi minuti lungo il viale che conduce al Palazzo delle Nazioni, la linea degli agenti ha fatto ricorso all’uso di gas lacrimogeni e idranti per disperdere la folla e creare un cordone sanitario attorno agli edifici presi di mira.

Durante la carica, gli scontri hanno causato ingenti danni materiali: alcune vetrine di istituti di credito e uffici commerciali sono state infrante, mentre un’automobile di grossa cilindrata parcheggiata nelle vicinanze è stata data alle fiamme, avvolta da una densa colonna di fumo nero visibile da diverse zone della città lacustre. Non si registrano, al momento, feriti gravi tra i manifestanti o gli agenti, sebbene l’intensità degli scontri abbia richiesto l’intervento dei vigili del fuoco per domare i roghi e mettere in sicurezza l’area.

Le ragioni di una mobilitazione annunciata

La scelta di Ginevra come epicentro della protesta non è stata affatto casuale, ma risponde a una precisa strategia organizzativa: il governo francese, come da prassi in occasione di summit internazionali ad alto rischio, aveva infatti vietato qualsiasi assembramento nella zona rossa di Évian-les-Bains, creando una sorta di "bolla" di sicurezza ermetica attorno ai luoghi del vertice.

Di conseguenza, i comitati di contestazione (composti da attivisti ambientalisti, movimenti no global, collettivi a sostegno della causa palestinese e frange antagoniste) hanno concentrato la loro attenzione sulla città svizzera, separata dalla località termale francese soltanto da un ponte e dalle acque del lago Lemano. La manifestazione, autorizzata dalle autorità elvetiche ma monitorata con sospetto fin dall’inizio, è stata sciolta ufficialmente in serata, con gli agenti che hanno intimato l’abbandono della piazza tramite megafono.

Le testimonianze raccolte tra i partecipanti restituiscono il quadro di una protesta sfuggita di mano a molti di loro: alcuni raccontano di essere stati accerchiati dalla polizia mentre cercavano semplicemente di rifugiarsi in un parco per bere o fare il bagno, trovandosi poi impossibilitati a uscire dal perimetro di contenimento. La frustrazione per le limitazioni ai diritti di manifestare, unita alla rabbia per le politiche economiche e ambientali dei grandi del pianeta (spesso percepite come inique o inefficaci), ha fornito la miccia per la deflagrazione finale.

Nonostante l’escalation, gli agenti sono riusciti a mantenere un controllo sostanziale della situazione, evitando che le violenze si propagassero verso il centro storico o le infrastrutture sensibili come l’aeroporto, scalo obbligato per i convogli in arrivo al summit.

Un vertice blindato tra polemiche e misure straordinarie

Sul fronte opposto del lago, il villaggio di Évian-les-Bains si presenta ormai come una fortezza. Le autorità francesi hanno mobilitato oltre tredicimila agenti di polizia e gendarmi per presidiare l’area del vertice, mentre dal versante svizzero sono stati schierati circa quattromila militari a supporto delle forze dell’ordine locali, con la maggior parte dei trentacinque valichi di frontiera stradali chiusi al traffico ordinario. La presenza di barche della marina e dispositivi anti-droni nel cielo sottolinea il livello di allerta raggiunto.

I commercianti della zona, memori dei disordini del 2003, hanno imballato le vetrine con pannelli di legno nel timore di nuovi danneggiamenti. Il vertice, che si protrarrà fino al prossimo 17 giugno, vedrà confrontarsi i leader su dossier scottanti come la guerra in Ucraina e le recenti crisi in Medio Oriente, con l’aspettativa di un discorso diretto del presidente ucraino Zelensky ai membri del G7.

Resta da osservare se i disordini di Ginevra rappresenteranno l’unica manifestazione di dissenso o se, nei prossimi giorni, altre sacche di guerriglia urbana tenteranno di forzare il blocco della sicurezza. Per ora, gli sforzi delle autorità si concentrano sul ripristino della normalità nelle zone colpite e sull’identificazione, tramite le immagini delle telecamere di sorveglianza, dei responsabili degli atti vandalici più gravi.

La cronaca di questa vigilia di vertice conferma, semmai ce ne fosse bisogno, la difficoltà di conciliare la diplomazia multilaterale con il diritto alla protesta sociale in uno scenario geopolitico sempre più polarizzato e nervoso.

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