Non solo petrolio, dallo stretto di Hormuz passa un terzo dei fertilizzanti mondiali e l’agricoltura italiana trema

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Quando si scatena una crisi internazionale, un paese export oriented come l’Italia si preoccupa in primo luogo per le possibili difficoltà nell’accesso ai mercati esteri per le proprie merci, ed è comprensibile. Ma, in realtà, molti problemi, forse anche più insidiosi, possono scaturire sul fronte dell’import, per quelle produzioni, e sono tante, sulle quali il sistema produttivo nazionale è totalmente dipendente e le cui forniture, ora, rischiano di essere interrotte determinando, di conseguenza, ulteriori effetti negativi a cascata su intere filiere. L’attenzione, in queste ore, è giustamente catalizzata dal prezzo del greggio, schizzato verso quota cento dollari al barile -1, ma esiste un’altra commodity, altrettanto strategica e forse ancor più legata alla vita quotidiana delle persone, la cui impennata rischia di essere una vera e propria bomba a orologeria per l’economia reale: stiamo parlando dei fertilizzanti e, con loro, dell’intero comparto agroalimentare, che proprio dallo Stretto di Hormuz vede transitare circa un terzo del proprio commercio mondiale via mare. È lì, in quel tratto di mare oggi caldissimo, che si decide anche una parte del destino delle nostre campagne e dei nostri allevamenti.

L’allarme dall’Onu sul commercio dei nutrienti per i campi

L’agenzia delle Nazioni Unite per il commercio e lo sviluppo, l’Unctad, ha lanciato un allarme chiaro nelle scorse ore: attraverso lo Stretto di Hormuz non passa solo un quarto del petrolio globale trasportato via nave, ma anche volumi enormi di gas naturale liquefatto e, appunto, fertilizzanti. Parliamo di circa sedici milioni di tonnellate di prodotti essenziali per l’agricoltura, quei nutrienti per i campi, come urea e fosfati, senza i quali la terra non produce. E se il canale di Suez, qualche anno fa, ci aveva insegnato quanto fosse fragile il sistema dei commerci globali, la chiusura di fatto di Hormuz, conseguente all’escalation militare che ha visto gli attacchi israeliani e americani contro l’Iran e la conseguente risposta di Teheran, sta già mostrando crepe profondissime nelle catene di approvvigionamento. L’industria globale dei fertilizzanti, infatti, dipende in maniera strutturale da cinque grandi produttori dell’area del Golfo — Iran, Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Bahrein — che da soli, secondo i dati della International Fertilizer Association, coprono il 34% del commercio mondiale di urea e il 23% di quello di ammoniaca. Bloccare quelle rotte significa letteralmente interrompere il flusso di ossigeno per l’agricoltura di mezzo mondo.

L’impatto concreto sulle stalle e sui campi italiani

In Italia, come sempre accade in queste circostanze, gli effetti non tardano a manifestarsi, e lo fanno partendo dalla base della piramide produttiva, ovvero dagli allevamenti e dalle colture intensive. In Puglia, ad esempio, regione a forte vocazione agricola, Coldiretti ha già fotografato una situazione di forte tensione: il conflitto sta producendo effetti concreti sulle stalle, con l’aumento dei prezzi dell’energia e dei mangimi, la cui produzione è strettamente legata alle materie prime agricole e ai loro costi di trasporto, che ha fatto schizzare fino al venticinque per cento i costi per chi alleva bovini, suini e ovini. Il gasolio agricolo, necessario per i trattori e per la logistica, ha registrato rincari fino al quaranta per cento, mentre le quotazioni della soia, usata per l’alimentazione animale, sono balzate del trenta per cento, seguite dalle polpe di barbabietola e dal mais. Questo significa che il latte, i formaggi e poi le carni subiranno una pressione al rialzo dei prezzi, in un meccanismo a catena che dagli animali da allevamento arriva direttamente sul banco del supermercato, passando per i costi di macellazione e trasformazione.

Il nodo dei fertilizzanti e la dipendenza energetica

Ma il problema più strutturale, quello che gli economisti definiscono uno "shock dal lato dell’offerta", riguarda i fertilizzanti chimici, la cui produzione è ad altissima intensità energetica e dipende, per le materie prime, proprio dalle rotte oggi interdette. L’Italia, come gran parte dell’Europa, aveva già vissuto un incubo simile con l’inizio della guerra in Ucraina, quando i prezzi del gas avevano reso antieconomica la produzione di azoto e altri composti. Oggi il rischio è persino più elevato, perché alla crisi energetica si somma la mancanza fisica del prodotto: dallo Stretto di Hormuz, infatti, transita anche circa la metà del commercio globale via mare di zolfo, un elemento grezzo fondamentale per trasformare la roccia fosfatica in fertilizzanti fosfatici pronti all’uso. Senza zolfo, insomma, i campi restano senza fosforo, e senza fosforo le piante non crescono. L’ISTAT ha già messo in guardia sugli effetti sistemici che questo shock potrebbe avere su crescita e occupazione, e i deputati del Partito Democratico hanno presentato un’interrogazione al governo per chiedere iniziative urgenti a sostegno delle imprese agricole, mentre Coldiretti ha sporto denuncia alla Guardia di Finanza per monitorare eventuali speculazioni sui listini. Il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, ha ricordato l’esistenza di un miliardo di agevolazioni sul gasolio e i fondi del Pnrr per l’agrisolare, ma la sensazione è che si tratti di palliativi di fronte a una tempesta perfetta che potrebbe far lievitare i prezzi al consumo in modo difficile da controllare.

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