Trump impone dazi a chi fornisce petrolio a Cuba, l'Avana è "minaccia inusuale"

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Dopo il Venezuela, l'amministrazione statunitense guidata dal presidente Donald Trump inasprisce ulteriormente la propria posizione verso l'isola caraibica, formalizzando una misura che da mesi circolava nei corridoi della Casa Bianca. Con un ordine esecutivo firmato nei giorni scorsi, Trump ha infatti autorizzato l'imposizione di dazi punitivi contro quei Paesi che riforniscono di petrolio il governo dell'Avana, definito una "minaccia inusuale e straordinaria" per la sicurezza nazionale e la politica estera degli Stati Uniti. Il provvedimento, che rappresenta un'evidente escalation della storica pressione economica su Cuba, accusa esplicitamente il regime di cooperare con attori considerati ostili a Washington, dalla Russia alla Cina, dall'Iran a gruppi come Hamas e Hezbollah, e di ospitare strutture di intelligence dedite all'intercettazione di comunicazioni sensibili.

Una mossa che stringe l'assedio economico

La decisione, che si inserisce in un contesto internazionale già teso, mira a colpire uno degli approvvigionamenti vitali per l'isola, la quale, nonostante i decenni di embargo, dipende ancora in larga misura dalle importazioni di greggio. I dazi, il cui ammontare specifico sarà determinato in seguito, andranno a gravare sulle nazioni esportatrici, con l'obiettivo dichiarato di ridurre fino a stroncare il flusso di risorse energetiche verso La Habana. Questo nuovo giro di vite, come denunciato da più parti, rischia di aggravare una crisi umanitaria già palpabile, in un Paese dove la carenza di medicinali e beni di prima necessità è cronica e dove, secondo alcune voci interne, il sistema sanitario fatica a contenere il propagarsi di focolai epidemici. “Ci strangolano”, è il commento lapidario che circola tra chi, nell'isola, vede in questa mossa un tentativo di soffocare definitivamente l'economia nazionale.

La reazione di Mosca e le ombre delle interferenze

La mossa di Washington non ha mancato di suscitare reazioni internazionali, tra le quali spicca quella della Russia, citata nell'ordine esecutivo tra i partner ostili di Cuba. La portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha criticato apertamente la politica statunitense, osservando come la decisione di etichettare altri Stati come "ostili" non favorisca affatto un dialogo costruttivo, né agevola il ruolo di mediazione che gli Stati Uniti dichiarano di voler avere nella risoluzione delle crisi globali. Le parole di Zakharova, riportate dall'agenzia Tass, sottolineano come queste definizioni, lungi dall'essere mere formalità, complicano ulteriormente le relazioni diplomatiche, già tese, tra le due potenze. Un punto, quest'ultimo, che tocca il cuore delle accuse mosse dall'amministrazione Trump: la cooperazione strategica e militare tra Mosca e l'Avana, vista con sospetto da Washington come una possibile testa di ponte per attività di intelligence e influenza nella regione.

La prospettiva dall'interno dell'isola

Al di là delle dichiarazioni ufficiali e della guerra diplomatica, l'impatto di tali sanzioni si misura nella vita quotidiana dei cubani. In quartieri come El Fanguito, la riconoscenza per la Rivoluzione e la figura storica di Fidel Castro convive, ormai, con la presa d'atto di una realtà sempre più difficile. Come racconta un abitante, legato da quasi cinque decenni agli ideali dei ribelli della Sierra Maestra, il legame affettivo con le origini del regime non impedisce di constatare che "ora le cose non vanno bene". È in questo stridente contrasto tra l'eredità ideologica e le pressanti necessità materiali che si gioca il futuro del Paese, stretto tra un blocco economico che si fa più rigido e le proprie vulnerabilità strutturali. La nuova minaccia di dazi sul petrolio, pertanto, non è solo un'astratta questione di politica internazionale, ma un'ipoteca concreta sulla già precaria capacità dell'isola di garantire servizi essenziali e stabilità sociale.

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