Gallagher a Mosca: la Santa Sede si offre come mediatrice per la pace in Ucraina

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La macchina della diplomazia vaticana si rimette in moto lungo la via che porta a Mosca, dove l'arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni Internazionali, ha incontrato il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov in quella che si configura come una delle missioni più delicate degli ultimi anni.

Dalla precedente visita del presule nella capitale russa, avvenuta nel novembre del 2021, il mondo è profondamente cambiato: allora la guerra in Ucraina era solo un'ombra all'orizzonte, mentre oggi è una ferita aperta che sanguina nel cuore dell'Europa e che ha riscritto gli equilibri globali, moltiplicando i focolai di tensione e mettendo a dura prova i principi del diritto internazionale.

Un'offerta di mediazione tra le rigidità del conflitto

Al termine del colloquio con Lavrov, Gallagher ha dichiarato in conferenza stampa, come riportato dal sito russo Life, che la Santa Sede è pronta a mettere a disposizione i propri servizi per facilitare il raggiungimento di una soluzione pacifica, auspicando che la tanto attesa pace possa giungere al più presto. Le sue parole, cariche di un significato che va oltre la semplice dichiarazione di intenti, rappresentano un tentativo concreto di riaprire un canale di comunicazione che, di fatto, si era quasi completamente inceppato dopo lo scoppio delle ostilità.

Il ministro Lavrov, dal canto suo, ha accolto l'inviato vaticano sottolineando come tra la Russia e la Santa Sede sia stato possibile mantenere un dialogo basato sulla fiducia, un elemento che, in un contesto di crescenti incomprensioni reciproche, assume un valore inestimabile.

La voce del Vaticano in un mondo in frammenti

L'incontro di Mosca giunge in un momento storico in cui, come ha avuto modo di ribadire lo stesso Gallagher durante i colloqui, il mondo ha bisogno di diplomazia più che mai. Questa affermazione, che potrebbe apparire scontata, acquista invece una profondità inquietante se la si osserva alla luce dell'attuale scenario internazionale, caratterizzato da un uso sempre più disinvolto della forza e dallo sgretolamento di quelle architetture multilaterali che, per decenni, hanno garantito una parvenza di stabilità.

La missione del segretario vaticano non si limita quindi a un generico appello alla pace, ma si sostanzia in un'offerta operativa: quella di creare spazi per il dialogo, ascoltare le parti in causa e sostenere quelle iniziative umanitarie che, spesso in silenzio, cercano di alleviare le sofferenze delle popolazioni coinvolte nel conflitto.

Il ritorno a Mosca e il peso della storia

Il viaggio di Gallagher rappresenta idealmente un ponte tra due epoche diverse, quasi contrapposte. Se nel 2021 la sua missione si era svolta in un contesto di relativa normalità, sebbene già minato da tensioni latenti, oggi il presule si trova a varcare le porte di un Paese al centro di un profondo isolamento internazionale, stretto tra le sanzioni occidentali e una guerra che non accenna a esaurirsi.

La scelta del Vaticano di inviare un suo rappresentante di così alto profilo non è un gesto casuale, ma una mossa ponderata che mira a preservare e utilizzare quel ruolo di terzietà morale che la Santa Sede ha sempre rivendicato sulla scena mondiale.

Non si tratta di un semplice atto di diplomazia formale, bensì di un tentativo di alimentare quella scintilla di umanità che, nonostante le atrocità della guerra, potrebbe ancora accendere la speranza di un cessate il fuoco, sebbene le prospettive concrete appaiano, allo stato attuale, estremamente complesse e condizionate da dinamiche politiche e militari che vanno ben oltre la buona volontà dei singoli attori.

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