Smantellata la banda dei cloni d'auto tra Lazio e Abruzzo, nove arresti
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Redazione Interno
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Un’architettura criminale meticolosa, che è riuscita a trasformare, in poco tempo, autovetture rubate in veicoli apparentemente legittimi, è stata demolita dal lavoro investigativo della Polizia stradale. L'operazione, battezzata "Lilliput", ha visto all’opera gli agenti del distaccamento di Albano Laziale, coadiuvati dai compartimenti di Lazio, Umbria e Roma, i quali hanno dipanato una complessa matassa il cui epicentro si trovava sul litorale a sud della Capitale, ma i cui fili si allungavano fino alla costa abruzzese. Il meccanismo, che alcuni di loro definivano "perfetto", permetteva di reimmettere sul mercato automobili di lusso e di media cilindrata, le quali, attraverso una sofisticata procedura di clonazione, perdevano ogni traccia della loro origine illecita, risultando così "pulite" agli occhi degli ignari acquirenti e delle stesse forze dell’ordine.
Il meccanismo della "rinascita" delle vetture
Il *modus operandi*, delineato nei dettagli dalle indagini, partiva dall’acquisizione, attraverso prestanome o intermediari, di veicoli dichiarati non riparabili dopo gravi incidenti o di auto demolende, delle quali veniva conservata l’intera documentazione – telaio, targa e libretto di circolazione – mentre il relitto metallico veniva spesso avviato alla rottamazione. Parallelamente, l’organizzazione provvedeva a procacciarsi, attraverso furti commissionati o mirati, automobili identiche per modello e colore, le quali, una volta sottratte ai legittimi proprietari, venivano sottoposte a un vero e proprio trapianto d’identità. Su di esse, infatti, venivano saldati i numeri di telaio e applicate le targhe delle vetture incidentate, già regolarmente denunciate, dando così vita a un doppione pressoché perfetto e del tutto legale sulla carta, ma che nascondeva, in realtà, la sua provenienza criminosa.
Il flusso finanziario e il ruolo dei prestanome
L’aspetto finanziario dell’attività illecita, che ha movimentato cifre prossime al milione di euro, è stato gestito con altrettanta cura, tanto da configurarne anche il reato di riciclaggio. Le somme, spesso ingenti, ricavate dalla vendita fraudolenta dei veicoli clonati, venivano infatti "ripulite" attraverso una rete di transazioni che coinvolgeva conti correnti riconducibili a figure di comodo. Questi prestanome, alcuni dei quali finiti nel mirino degli investigatori già nelle prime fasi dell’inchiesta, rappresentavano l’anello apparentemente "pulito" della catena, consentendo di occultare la provenienza illecita del denaro e di reinvestirlo, senza destare sospetti, sia nell’acquisto dei rottami che nelle altre spese operative dell’organizzazione stessa.
Gli sviluppi giudiziari dell’operazione
L’attività investigativa, protrattasi per diversi mesi, ha infine consentito alla magistratura di emettere nove ordinanze di custodia cautelare, eseguite in maniera coordinata tra Roma, i comuni di Anzio e Nettuno, e Giulianova, in provincia di Teramo. Le accuse che gravano sugli arrestati spaziano dall’associazione a delinquere, finalizzata al riciclaggio e alla ricettazione, fino alla falsificazione materiale di sigilli e pubblici bolli. A questi si aggiungono ulteriori sette denunce a piede libero, che completano il quadro di un’organizzazione la cui ramificazione, per quanto solida, non è riuscita a resistere alla pressione dell’attività di polizia giudiziaria, portando al sequestro preventivo di beni e documentazioni che ora saranno esaminati nel prosieguo del processo.




