Il caro affitti azzanna gli stipendi, a Milano divora il 76% della busta paga

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Poco più di un terzo dello stipendio, il 35% per la precisione, è la quota che in media una famiglia italiana destina al pagamento di un affitto. Una percentuale che già supera, seppur di poco, quella soglia del 30% considerata come limite critico oltre il quale una famiglia entra in area di difficoltà economica. Ma questa media nazionale, in verità, nasconde una realtà estremamente polarizzata, dove in dieci città metropolitane su quattordici l’incidenza dei canoni di locazione sulle retribuzioni nette supera abbondantemente questo valore, delineando un quadro di forte tensione abitativa che sta diventando un serio freno alla mobilità del lavoro e alla competitività delle imprese.

Le città dove vivere costa un mutuo

Milano e Roma emergono come i casi più estremi di questa forbice che si è aperta tra redditi e costi delle case. Secondo un recente report, nella capitale finanziaria l’affitto arriva a consumare fino al 76% dello stipendio medio di un lavoratore, mentre a Roma la percentuale si attesta al 65%. Si tratta di valori che rendono di fatto impossibile, per ampie fasce di persone, vivere stabilmente in queste città senza dover sacrificare consumi essenziali o ricorrere a sostegni familiari. Ma il problema non è confinato alle due maggiori metropoli. A Torino, Bologna, Venezia, Napoli, Cagliari e Sassari, per citarne alcune, la spesa per la casa supera comunque il 40% del reddito, mostrando una criticità strutturale e diffusa. Queste differenze territoriali dipendono soprattutto dall’andamento dei canoni, cresciuti molto più rapidamente dei salari, spinti da fattori come l’espansione degli affitti brevi, i flussi migratori interni verso le aree economicamente dinamiche e una cronica carenza di offerta adeguata.

La morsa tra domanda di lavoro e case introvabili

Alla pressione diretta sui redditi si affianca un paradosso che rischia di bloccare la crescita: in molte province italiane, il numero di assunzioni programmate dalle aziende supera quello dei disoccupati disponibili localmente, segnalando la necessità di attrarre lavoratori da altri territori. L’elevatissimo costo dell’abitare, però, si trasforma in una barriera insormontabile per questa mobilità. Per misurare questa dinamica è stato definito un Indice di Fabbisogno di Alloggi per Lavoratori, che rivela come il bisogno sia concentrato in sole quindici province, le quali rappresentano però oltre un terzo della domanda di lavoro nazionale e più di un terzo del prodotto interno lordo. In cima a questa classifica si collocano Bolzano, seguita da Milano, Trento, Prato e Roma: aree dove, senza un’offerta abitativa accessibile, l’incontro tra domanda e offerta di lavoro rischia un blocco strutturale.

Una possibile risposta nel service housing

Proprio per rispondere a questa emergenza sociale ed economica si fa strada il modello del *service housing*, che concepisce la casa non come un bene di investimento ma come un servizio temporaneo a supporto della mobilità lavorativa. Si tratta di alloggi in locazione a canoni calmierati, destinati a lavoratori – non solo giovani, ma anche addetti ai servizi pubblici essenziali o al manifatturiero – che si spostano per motivi professionali verso quei territori ad alta pressione abitativa identificati dall’indice di fabbisogno. In questo contesto, la casa diventa una vera e propria infrastruttura di sistema, al pari dei trasporti o dell’energia, una leva strategica per sostenere lo sviluppo e ridurre gli squilibri territoriali. Si tratta di un approccio che tenta di ovviare anche a una debolezza strutturale del mercato italiano, dove lo stock di abitazioni in affitto è limitato rispetto ad altri Paesi europei e l’offerta di alloggi a canone calmierato è marginale.

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