La stangata degli affitti divora lo stipendio: 37% a Roma, i salari restano indietro

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Economia Redazione Economia   -   La Capitale d’Italia, nonostante continui a esercitare una forza d’attrazione formidabile su professionisti, nuclei familiari e studenti fuori sede, si sta trasformando al contempo in una metropoli respingente per chiunque cerchi un tetto sotto cui vivere.

Il mercato delle locazioni viaggia a velocità supersonica – con un aumento dei canoni che a Roma ha raggiunto punte del 37% – mentre le buste paga dei romani si muovono a passo di lumaca; è una forbice reddituale che si allarga inesorabilmente e che rischia di trasformare il diritto alla casa in un lusso d’élite, accessibile a una platea di privilegiati sempre più ristretta.

Secondo l’ultimo report presentato dalla Cna, nella capitale l’incidenza dell’affitto sul reddito netto di un lavoratore supera ormai abbondantemente la soglia psicologica del 50%, un dato che la avvicina a Milano, Firenze e Bologna, dove la situazione è ugualmente critica se non peggiore.

L’assedio dei canoni nelle città medie

Se il problema appare drammatico nei grandi centri metropolitani, la morsa del caro-vita sta però serrandosi con altrettanta violenza anche nelle province che un tempo rappresentavano un’alternativa economica. A Vicenza, per fare un esempio concreto, l’affitto “si mangia” il 39 per cento dello stipendio di un lavoratore: se nel 2019 un appartamento standard da 70 metri quadri costava 610 euro al mese, oggi la stessa soluzione abitativa tocca quota 760. I salari netti vicentini, che si attestano su una media di 1.

950 euro mensili, sono cresciuti solo del 10% nello stesso lasso di tempo contro un incremento dei canoni del 25%, e ciò si traduce in una crescente difficoltà per i giovani e le famiglie, ma anche in una preoccupante scarsa capacità del territorio di attrarre forza lavoro qualificata.

Scendendo lungo lo stivale, troviamo una situazione paradossale nelle Marche, dove il capoluogo Ancona fa eccezione rispetto a una regione ancora relativamente sostenibile. Nella città dorica, affittare un appartamento da 70 metri quadri costa oggi 740 euro al mese, contro i 580 del 2019: in sei anni i canoni sono cresciuti del 27,6%, mentre gli stipendi netti – pur aumentando – lo hanno fatto soltanto del 9%.

Ne consegue che chi lavora ad Ancona è costretto a destinare all’affitto il 37% del proprio reddito mensile, un dato che colloca la città al 20° posto nella classifica nazionale per crescita dei canoni e al quarto nel solo Centro Italia, dietro a colossi del turismo e dell’università come Firenze, Roma e Pisa.

La questione sarda e la corsa delle quotazioni

Nemmeno le isole, e in particolare la Sardegna, sembrano immuni da questa spirale inflattiva che investe il mattone. Cagliari, secondo l’analisi della confederazione artigiana, è tra le città diventate più care sotto l’aspetto degli affitti, occupando la diciottesima posizione in Italia affiancata a centri del Nord e del Centro che giocano altri campionati.

Un appartamento standard nel capoluogo sardo arriva a costare in media 800 euro al mese, una cifra che sale ulteriormente per le soluzioni più pregiate, come quelle nei pressi del Poetto, e dietro la quale si nasconde una quotazione immobiliare che cresce di anno in anno, alimentata dalla pressione turistica e dalla limitata disponibilità di alloggi popolari.

L’analisi condotta dalla Cna sui 109 capoluoghi di provincia italiani – che ha incrociato i dati dell’Osservatorio del mercato immobiliare dell’Agenzia delle entrate con l’andamento delle retribuzioni nette tra il 2019 e il 2025 – restituisce un quadro nazionale implacabile.

A livello medio, il costo dell’affitto assorbe ormai il 43,7% della retribuzione netta di un operaio; in un terzo delle province italiane l’incidenza del canone supera il 30% del reddito disponibile, trasformando la ricerca di una casa in un’odissea quotidiana per studenti, lavoratori poveri e famiglie monoreddito. Solo realtà residuali come Taranto, Alessandria e Potenza – dove l’incidenza scende al 17% – sembrano offrire un fragile scampolo di tregua.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.