Zerocalcare e la giungla dei salari creativi: il paradosso di un sistema che divora i suoi talenti
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Redazione Cultura e Spettacolo
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La catena di montaggio silenziosa e anonima che tiene in piedi l’industria creativa digitale – quella che colora i nostri schermi, disegna mondi fantastici e dà voce a storie intime – non è mai stata abituata ad alzare la testa. E quando finalmente lo fa, con il fragore soffocato di testimonianze anonime, rischia di travolgere proprio chi quelle storie le ha immaginate.
È il paradosso che avvolge Michele Rech, in arte Zerocalcare, finito suo malgrado al centro di una bufera mediatica che mescola presunti sfruttamenti, responsabilità di bottega e una voragine di silenzi: "A me pare assurdo – ha dichiarato l'autore romano in un video pubblicato sui social – che se è vera tutta la situazione descritta, nessuno abbia mai pensato di scrivermi e chiedermi una mano".
Ma mentre l'eco delle polemiche si sovrappone alla colonna sonora della nuova serie Netflix "Due Spicci", la domanda di fondo resta lì, a graffiare le certezze di chi credeva che la lotta allo sfruttamento fosse solo una questione di bandiere politiche, o di buona volontà individuale.
L'autore non è il padrone: il video e la difesa di Zerocalcare
Tre giorni di silenzio, il tempo necessario per metabolizzare un'accusa pesante quanto vaga: salari bassissimi – si parlava di sei euro lordi all'ora – carichi di lavoro aumentati all'ultimo momento per la produzione di due episodi extra, e la solita, angosciante paura di chi lavora a progetto, con partita IVA, timoroso di protestare per non essere escluso dalle prossime chiamate. Poi, la replica affidata a un video girato in casa, senza filtri, con quel romanesco diretto che è il suo marchio di fabbrica. "Mi pare abbastanza evidente – ha esordito Rech – che io sono l'autore.
Scrivo la storia, disegno i personaggi, doppio le voci. Non sono io che assumo, decido o pago chi lavora alla produzione. Non ci ho proprio accesso a quelle informazioni, sul budget, sui contratti".
Una precisazione, la sua, che non è solo una scarica di responsabilità, ma la fotografia impietosa di un ingranaggio perverso: da una parte l'artista, la faccia visibile del prodotto; dall'altra la produzione, le società come Movimenti Production (già dietro le sue precedenti fatiche) che gestiscono i numeri e i contratti, spesso con margini di manovra strettissimi imposti dalle piattaforme. E nel mezzo, la carne da macello dei freelance.
La politica e l'ombra delle querele: un caso che divide
La scintilla, come spesso accade, è partita da un post anonimo. Dalle "storie" Instagram dell'Unione Italiana Animatori (UN!TA) sono emersi racconti di ritmi disumani e compensi al limite della decenza, raccolti senza filtri né verifiche approfondite. Troppo ghiotta, per la destra, l'occasione di infilare il dito nella piaga del "buonista di sinistra che predica bene e razzola male".
Il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri ha presentato un'interrogazione parlamentare, scatenando l'ira del fumettista: "Fa il giustiziere in Parlamento – ha attaccato Rech – e poi vota contro il salario minimo. Ma come si fa così?".
Dall'altra parte, la produzione Movimenti Production ha gettato benzina sul fuoco minacciando azioni legali e chiedendo la rimozione di video critici, difendendosi a spada tratta insieme a realtà di settore come Asifa Italia e Cartoon Italia, che hanno parlato di "attacco inaccettabile basato su accuse prive di attendibilità". Una guerra combattuta con i coltelli, insomma, in cui la verità sostanziale sulle reali condizioni di quei disegnatori rischia di annegare tra una querela per diffamazione e una strumentalizzazione politica.
L'enorme punto interrogativo etico della filiera creativa
Zerocalcare, nel suo intervento, ha avuto il merito di non chiudersi a riccio. Pur respingendo le accuse dirette ("non sono un telepate, se nessuno mi dice che c'è un problema, io che ne so?"), ha riconosciuto la portata epocale della questione. "Molte delle cose che ho letto – ha ammesso – sono questioni reali che riguardano tutto il settore dell'animazione, anzi tutto il mercato del lavoro". Ed è qui che il discorso si fa profondo.
Perché al di là dei sei euro l'ora o degli stracci politici, il modello di business delle grandi piattaforme si regge proprio su questa precarietà diffusa, su un esercito di "cool worker" disposti a farsi pagare briciole pur di vedere il proprio nome nei titoli di coda.
Il paradosso – come osservato da più parti – è che oggi i soggetti più pericolosi non sono più i giganti storici, ma i nuovi arrivati: piccole agenzie che per emergere schiacciano i costi del lavoro, o studi che per tenere il passo con i tempi di consegna serratissimi finiscono per adottare pratiche al limite dello sfruttamento. E la "colpa", se così vogliamo chiamarla, di Zerocalcare è stata solo quella di essere diventato, per un giorno, lo specchio di questa contraddizione.
Lui che ha costruito la sua narrativa sulla generazione precaria, si è ritrovato accusato di essere il boia di quella stessa generazione.
"Potevo essere un alleato": il grido di chi non vuole più essere solo
Forse, tra le pieghe di questa vicenda dai contorni ancora sfumati, la dichiarazione più potente è stata proprio quella di un uomo che si sente tradito dal silenzio. "Mi dispiace – ha detto Rech – che non hanno pensato che io potevo essere un alleato. Perché magari invece potevo essere proprio io che sollevavo la questione e dicevo: 'Ragazzi, no, così non si può fare'". Un'ammissione di impotenza, la sua, che suona come un campanello d'allarme per tutto il comparto.
L'autore, nella sua ingenuità produttiva, offre la sua casella di posta come unico baluardo contro l'ingranaggio. Ma il punto, il vero enorme punto interrogativo, è un altro: perché dei professionisti adulti, nel 2026, si trovano ancora nella condizione di dover scrivere privatamente al "padrone buono" per non essere sfruttati? Finché il sistema sarà basato sulla paura della ritorsione, sull'anonimato delle denunce e sulla precarietà come leva di ricatto, anche l'alleato più generoso resterà un tassello inutile in un mosaico che andrebbe invece ricostruito dalle fondamenta.
E forse, in attesa che qualcuno (il governo? le piattaforme? i sindacati?) si accolli davvero la patata bollente, l'unica certezza è che il nome di Zerocalcare, che lui stesso teme diventi "la caricatura delle cause perse di questo Paese", continuerà a essere scomodato. Almeno finché un disegnatore qualsiasi, seduto a Roma o in un Paese del Sud-est asiatico, riceverà due spicci per un'ora del proprio lavoro.




