La desertificazione commerciale divora l’Italia: in tredici anni spariti 156mila negozi
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Redazione Economia
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Il commercio al dettaglio italiano, e non si tratta certo di una scoperta recente ma della conferma di un trend ormai strutturale, continua a perdere pezzi per strada. L’ultima analisi condotta dall’Ufficio Studi di Confcommercio, incrociata con i dati raccolti da Unioncamere e dalle Camere di commercio, restituisce una fotografia nitida e preoccupante del progressivo sfaldamento del tessuto economico dei centri urbani. Tra il 2012 e il 2025, e il dato ha dell’incredibile, sono scomparsi 156mila punti vendita tra dettaglio fisso e ambulante: significa che oltre un quarto dell’intera rete commerciale nazionale ha abbassato le serrande per sempre. Il tasso di chiusura, inoltre, ha subito un’accelerazione significativa, passando dal 2,2% delle rilevazioni precedenti al 3,1% registrato nello scorso anno. Un’emorragia, questa, che non risparmia davvero nessuna latitudine, sebbene colpisca con particolare violenza i comuni del Nord, lasciando dietro di sé una scia di locali sfitti e un vuoto che non è soltanto economico ma anche sociale.
L’Emilia-Romagna si svuota, settemila saracinesche abbassate
Scendendo nel dettaglio regionale, i numeri assumono contorni ancora più netti. In Emilia-Romagna, stando a quanto certificato dall’analisi congiunturale di Camere di commercio e Unioncamere locale, il 2025 ha segnato una flessione generale dello 0,3% per il settore, un’inversione di tendenza dopo i timidi segnali di ripresa successivi alla pandemia. Ma il dato più allarmante è un altro: nella regione si contano oltre 7mila negozi sfitti, pari al 15% dell’intera rete distributiva, e il solo 2024 si è chiuso con un saldo negativo di 666 attività in meno. Il presidente di Confcommercio Emilia-Romagna, Enrico Postacchini, non usa mezzi termini nel definire il quadro “drammatico”, sottolineando come quelle saracinesche abbassate non siano un numero statico bensì la prova tangibile di un declino che prosciuga il cuore pulsante delle città, erodendo quel presidio sociale e di sicurezza che i piccoli esercizi rappresentano per i quartieri. La contrazione, va detto, non è omogenea ma colpisce con più forza alcuni comparti: dai distributori di carburante, con un calo del 42,2%, ai negozi di articoli culturali e ricreativi, scesi del 34,5%, passando per il commercio non specializzato che arretra del 34,2%.
Il caso di Grosseto e il ruolo dei centri commerciali naturali
Se si osserva il fenomeno dal microscopio di una realtà comunale, la percezione dello spopolamento commerciale diventa ancora più vivida. A Grosseto, per esempio, il centro storico ha vissuto un autentico tracollo: le attività commerciali si sono quasi dimezzate in dodici anni, registrando una flessione del 44,7%. Nel dettaglio, si è passati dai 123 negozi del 2012 ai soli 68 del 2025, con comparti come l’abbigliamento che hanno visto una riduzione del 68,8% e i bar più che dimezzati. Di fronte a questo scenario, Confcommercio Grosseto rilancia l’importanza dei Centri Commerciali Naturali (Ccn), visti come uno dei pochi argini per arginare la desertificazione e tutelare il commercio di vicinato. L’associazione, in tal senso, sta spingendo per la creazione di una rete di coordinamento tra le diverse realtà del territorio provinciale, convinta che solo facendo sistema si possa provare a contrastare un declino altrimenti inesorabile.
Il confronto in Friuli Venezia Giulia e le ripercussioni sul territorio
Nemmeno il Friuli Venezia Giulia, e le parole dell’eurodeputato Ciriani in risposta al consigliere Salvador lo confermano, esce indenne da questa mappa della desertificazione. I dati diffusi nel dibattito politico locale parlano chiaro: Udine ha fatto registrare un calo del 26,9% delle attività commerciali, Gorizia del 33,3%, Trieste del 34,1% e Pordenone del 23%. Cifre che, come sottolineato nella replica, posizionano il capoluogo friulano all’89esimo posto su 122 nella poco invidiabile classifica dei tassi di chiusura. Si tratta di numeri che alimentano il confronto politico, ma che soprattutto raccontano di un tessuto urbano che si sta modificando profondamente, con intere aree cittadine che rischiano di trasformarsi in dormitori privi di servizi essenziali e di punti di aggregazione. Le analisi nazionali di Confcommercio, del resto, evidenziano come il cambiamento dei modelli di consumo e l’avanzata inarrestabile dell’e-commerce, che nel 2025 vale ormai l’11,3% dei consumi di beni acquistabili online, stiano ridisegnando la geografia delle nostre città, premiando la grande distribuzione e i discount a scapito delle piccole superfici.




