Desertificazione commerciale, in tredici anni spariti 156mila negozi: il Nord è l’area più colpita

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Un’analisi minuziosa, quella condotta dall’Ufficio Studi di Confcommercio e presentata nell’ambito dell’osservatorio “Città e demografia d’impresa”, ha fotografato lo stato di salute del commercio italiano, restituendo un’immagine nitida di un fenomeno, la desertificazione commerciale, che procede ormai inarrestabile da oltre un decennio. Tra il 2012 e il 2025, le saracinesche abbassatesi per l’ultima volta sono state 156mila, considerando sia i punti vendita al dettaglio sia le attività ambulanti: un numero che, rapportato al totale, significa la scomparsa di più di un quarto delle imprese di prossimità. L’accelerazione impressa al processo è testimoniata dal tasso medio annuo di chiusura, salito al 3,1% nel 2025 contro il 2,2% delle rilevazioni precedenti, e a pagare il prezzo più alto sono soprattutto le zone del Nord Italia, dove città come Belluno, Vercelli, Trieste, Alessandria, Savona e Gorizia registrano perdite che superano abbondantemente un terzo delle loro attività commerciali.

La trasformazione dei consumi e l’impatto sulle categorie merceologiche

Alla radice di questa emorragia di negozi, che colpisce in modo particolare le piccole superfici di vendita rimaste sostanzialmente ferme in termini di fatturato, vi è una mutazione profonda e ormai strutturale delle abitudini di acquisto degli italiani. L’incremento delle vendite online, che dal 2019 al 2025 sono più che raddoppiate passando da 31,4 a 62,3 miliardi di euro, ha ridisegnato la geografia degli spazi urbani, erodendo quote di mercato alle attività tradizionali. Analizzando i dati relativi ai centri storici di 122 comuni, tra capoluoghi e altre realtà significative, emergono con chiarezza le categorie merceologiche messe in maggiore difficoltà: le edicole, con un crollo del 51,9%, i negozi di abbigliamento e calzature, che perdono il 36,9% delle loro unità, e ancora i rivenditori di mobili e ferramenta (-35,9%) e quelli di libri e giocattoli (-32,6%).

La ristorazione e gli alloggi turistici come nuovi poli dell’offerta urbana

Di fronte a questo declino, non tutto il tessuto commerciale arretra: alcune componenti del terziario mostrano infatti una dinamica positiva, andando a occupare gli spazi – fisici ed economici – lasciati liberi dai negozi tradizionali. È il caso del comparto della ristorazione, che vede crescere i ristoranti del 35% e le attività come rosticcerie, gelaterie e pasticcerie del 14,4%, ma soprattutto del settore ricettivo extra-alberghiero. La categoria “altri alloggi”, nella quale confluiscono affitti brevi e bed & breakfast, registra un incremento impressionante del 184,4%, segno di una riconversione dell’offerta urbana sempre più plasmata sui flussi turistici piuttosto che sulle esigenze di prossimità dei residenti. Al Sud, nei centri storici, i B&B sono addirittura quasi quadruplicati, a dimostrazione di una vitalità che si esprime però in forme profondamente diverse da quelle del commercio tradizionale.

Il ruolo delle imprese straniere e la ristrutturazione societaria

Parallelamente al mutamento delle tipologie merceologiche, l’indagine di Confcommercio mette in luce un altro fenomeno significativo, vale a dire la crescente incidenza delle imprese a conduzione straniera nel panorama del commercio e dei pubblici esercizi. Tra il 2012 e il 2025, queste realtà imprenditoriali sono aumentate di 134mila unità, andando di fatto a compensare – seppur parzialmente – il drammatico calo di 290mila imprese italiane, e generando nel contempo quasi 194mila nuovi posti di lavoro. Se da un lato le aziende guidate da italiani tendono a crescere in dimensione media, passando da 2,4 a 3 addetti per impresa e strutturandosi sempre più in società di capitale (dal 9% al 17% nel commercio al dettaglio), quelle straniere mantengono una fisionomia più piccola e diffusa, con una media che scende leggermente da 1,9 a 1,7 addetti, andando così a svolgere una funzione di presidio, seppur disordinata, proprio nei contesti urbani più fragili.

Le situazioni locali tra tenuta e crisi: da Bergamo alla Basilicata

Analizzando il fenomeno su scala locale, si evidenziano situazioni diversificate all’interno del quadro nazionale. In Lombardia, se Milano e Varese mostrano un incremento del numero di attività rispetto al 2012, Bergamo subisce una contrazione significativa, con 522 negozi di vicinato in meno solo tra il 2022 e il 2025. A Treviso, la flessione è altrettanto marcata: quasi duecento esercizi chiusi dal 2012, di cui 66 solo all'interno delle mura cittadine. Scendendo lungo la penisola, in Liguria, alla Spezia, il dato fornito da Confcommercio parla di oltre trecento attività commerciali sparite in tredici anni, mentre in Friuli Venezia Giulia il comune di Udine si allinea al trend negativo del Nordest. Nelle regioni meridionali, infine, la tenuta appare generalmente maggiore, ma non mancano segnali di sofferenza: Potenza, in Basilicata, ha perso il 23,7% dei suoi negozi tra il 2012 e il 2025, mentre Matera, pur facendo registrare un calo più contenuto pari al 17,9%, conferma come la trasformazione del commercio interessi ormai l'intero territorio nazionale.

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