Rovigo e Pavia in prima linea nella desertificazione commerciale, in Italia chiusi 156mila negozi in tredici anni

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il commercio al dettaglio italiano continua a perdere pezzi, letteralmente, e i numeri diffusi da Confcommercio e integrati da analisi locali dipingono una geografia urbana che cambia volto, non sempre in meglio. L’ultimo aggiornamento statistico, che prende in esame il lungo arco temporale che va dal 2012 al 2025, certifica una emorragia impressionante: 156mila attività tra negozi fisici e ambulanti hanno abbassato le saracinesche per sempre, con un’accelerazione preoccupante nell’ultimo anno, quello in cui il tasso di chiusure è balzato al 3,1% contro il 2,2% del 2024. Una tendenza che non risparmia certo i capoluoghi di provincia, anzi, li vede spesso in prima linea come dimostrano i casi di Rovigo e Pavia, due città che, per ragioni simili ma con le loro specificità, stanno vivendo una fase di profonda trasformazione della loro rete commerciale.

Nel capoluogo polesano, la situazione appare particolarmente severa se si analizza la serie storica: in tredici anni, tra il 2012 e il 2025, sono letteralmente sparite 218 attività commerciali, un numero che tradotto in percentuale significa un calo del 24,58%, quasi un negozio su quattro. Il dato, che di per sé è già significativo, acquista una dimensione ancora più drammatica se lo si sra per comprendere il ritmo delle cessazioni. Il saldo negativo medio si attesta intorno alle diciassette chiusure all’anno, ma la velocità del fenomeno è in aumento: solo nel biennio che conclude l’analisi, quello tra il 2024 e il 2025, si contano 33 attività in meno. Un’accelerazione che preoccupa gli operatori del settore e che trova un riscontro ancor più marcato nell’indice che monitora il numero di imprese attive nel commercio al dettaglio, includendo sia la sede fissa che il commercio su area pubblica; qui il tracollo raggiunge il -30,1%, uno dei picchi negativi più elevati in un campione di 122 comuni italiani messi a confronto.

Spostandosi in Lombardia, il copione non cambia, anzi, si arricchisce di particolari che raccontano la stessa storia con diverse sfumature. Pavia, secondo l’analisi di Confcommercio, si piazza al ventiseiesimo posto nella poco invidiabile classifica nazionale dei capoluoghi con la maggiore emorragia di piccoli negozi, con una flessione del 30% che allinea il suo destino a quello di Rovigo. Un’analisi più approfondita condotta da Ascom Pavia, arrivata a giugno del 2025, conta 121 serrande abbassate solo nel centro abitato, con vere e proprie zone considerate “a forte desertificazione” come via Cardano. Il direttore di Ascom, Luca Manenti, ha elencato una serie di concause che si sommano e si alimentano a vicenda: il potere d’acquisto dei cittadini progressivamente eroso dall’inflazione, i costi energetici e quelli per il personale, e naturalmente la concorrenza spietata della grande distribuzione e degli acquisti online. Un mix micidiale che trasforma le vie dello shopping un tempo fiorenti in corridoi di saracinesche abbassate, con conseguenze che non sono solo economiche, ma anche sociali e di decoro urbano.

L’allarme di Confcommercio e la replica della politica

Periodicamente, e senza che ciò costituisca una sorpresa, la contabilità delle chiusure dei punti vendita di prossimità viene aggiornata, e periodicamente Confcommercio rilancia il suo allarme. Carlo Sangalli, presidente dell’associazione, parla apertamente di emergenza e di desertificazione commerciale, un fenomeno che nelle aree urbane si traduce in «meno servizi e meno sicurezza». Il concetto è che il negozio sotto casa non è solo un luogo dove acquistare beni, ma rappresenta anche un presidio sociale, un occhio aperto sulla strada che contribuisce a rendere vivibile un quartiere. La sua scomparsa lascia un vuoto che va oltre la mera transazione commerciale, e apre problemi di riqualificazione e di gestione degli spazi urbani che le amministrazioni locali, come nel caso di Pavia con l’iniziativa dei maxi pannelli fotografici per mascherare le vetrine vuote, cercano di affrontare con strumenti non sempre risolutivi.

A livello nazionale, la questione è finita anche nel dibattito politico. Il deputato del Pd Marco Simiani, intervenendo sui dati diffusi, ha utilizzato numeri drammatici per fotografare la situazione: «In Italia chiudono quasi due attività ogni ora», ha dichiarato, specificando che nel solo 2025 hanno cessato l’attività circa 17mila negozi, il che equivale a 46 saracinesche abbassate ogni giorno. Un’emorragia che, a suo dire, il governo guidato da Giorgia Meloni non avrebbe contrastato con misure adeguate, bloccando di fatto le iniziative legislative dell’opposizione. Tra queste, Simiani cita una proposta di legge sui negozi di vicinato che giace da anni a Montecitorio, un provvedimento che prevederebbe, tra le altre cose, la semplificazione degli adempimenti fiscali, incentivi per l’acquisto di registratori di cassa e un programma di rimborso fino a duecento euro all’anno per i cittadini che effettuano acquisti nei negozi fisici.

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