La metaniera russa Arctic Metagaz continua la sua deriva nel Canale di Sicilia, a bordo 61mila tonnellate di gas liquefatto e 900 tonnellate di gasolio

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Nel tratto di mare compreso tra Malta, Lampedusa e le coste libiche, un gigante d’acciaio lungo 277 metri sta facendo trattenere il fiato a tutti i comandi marittimi e ai ministri dell’ambiente dei paesi rivieraschi. Si tratta della Arctic Metagaz, una metaniera battente bandiera russa che, dopo le esplosioni avvenute tra il 3 e il 4 marzo, è rimasta completamente alla deriva, priva di equipaggio e con i motori fuori uso. I trenta membri dell’equipaggio, evacuati immediatamente dopo l’incidente e tratti in salvo, hanno lasciato la nave in balia delle correnti e dei venti di scirocco, che nelle ultime ore sembrano spingerla verso nord, in direzione dell’isola di Lampedusa.

La dinamica di quanto accaduto, sebbene non sia stata ufficialmente chiarita con atti giudiziari o inchieste pubbliche, è oggetto di pesanti tensioni diplomatiche. Mosca ha puntato il dito contro Kiev, parlando di un attacco terroristico condotto con droni navali partiti dalle coste libiche; una ricostruzione, quella dell’attacco ucraino, che però non ha trovato alcuna rivendicazione ufficiale da parte dell’Ucraina e che rimane al momento una delle ipotesi al vaglio delle autorità internazionali, anche se fonti di intelligence e agenzie di stampa riportano la possibilità di un’operazione mirata contro un’unità sottoposta a sanzioni. Ciò che è certo, al netto delle attribuzioni belliche, è la presenza a bordo di un carico che rappresenta una minaccia concreta per l’ecosistema del Mediterraneo centrale: oltre sessantunomila tonnellate di gas naturale liquefatto stivate in due serbatoi e circa novecento tonnellate di gasolio pesante necessario alla propulsione, un mix che, in caso di sversamento o di esplosione, potrebbe generare un disastro ambientale di proporzioni inedite per l’arcipelago delle Pelagie.

La flotta ombra e il monitoraggio continuo

La Arctic Metagaz non è una semplice nave mercantile. Rientra a pieno Titolo in quella che viene definita la flotta ombra del Cremlino, un insieme di navi con proprietà opache e coperture assicurative incerte, utilizzate per eludere le sanzioni imposte dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea dopo l’invasione russa dell’Ucraina. Il fatto che il presidente Donald Trump, tornato alla Casa Bianca, abbia in più occasioni inasprito le misure nei confronti di queste imbarcazioni, rende la posizione della Arctic Metagaz ancora più delicata sul piano internazionale, anche se al momento non vi sono state dichiarazioni ufficiali da parte dell’amministrazione americana in merito all’incidente.

Mentre il colosso d’acciaio scarroccia lentamente, gli occhi di tutti sono puntati sui mezzi della Marina Militare italiana, sugli aerei della Guardia Costiera e sulle unità antinquinamento del MASE (Ministero dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica) che, senza sosta, monitorano ogni suo movimento. Le autorità di Malta hanno imposto a tutte le navi in transito di mantenersi a una distanza di sicurezza di almeno cinque miglia, data l’imprevedibilità della situazione e il rischio che il carico criogenico possa generare nubi tossiche in caso di rottura dei serbatoi. La nave, che non espone i segnali previsti per indicare la sua condizione di "non governata" (Not Under Command), rappresenta un ostacolo pericoloso per la navigazione, oltre che una sorgente di ansia per i pescatori e gli abitanti di Lampedusa e Linosa, isolotti che si trovano sulla possibile traiettoria di questa deriva.

Coordinate incerte e rischi per l'ambiente

Le rilevazioni sulla posizione esatta della metaniera variano di ora in ora. Se inizialmente si parlava di una deriva a circa ventisei miglia a ovest di Linosa, aggiornamenti successivi dei servizi di monitoraggio marittimo hanno spostato il punto di osservazione più a sud-est, in acque internazionali ma a una distanza che, con l’attuale moto ondoso e la direzione dei venti, potrebbe ridursi rapidamente. La Capitaneria di Porto, pur rassicurando sulla distanza ancora presente dalle coste italiane, non può escludere un avvicinamento nei prossimi giorni, e proprio questa incertezza tiene alta la tensione.

La preoccupazione principale, per gli esperti e per i sindaci delle isole, rimane la natura del carico. Il gas naturale liquefatto, in caso di fuoriuscita non controllata, tende a espandersi e a formare nubi criogeniche che, incendiandosi, potrebbero causare esplosioni di enorme potenza; il gasolio, invece, rappresenta una minaccia più classica ma altrettanto devastante di inquinamento marino, con chiazze che potrebbero raggiungere le coste in poche ore, sporcando le spiagge e distruggendo la biodiversità della zona. Le operazioni per tentare di mettere in sicurezza il relitto, magari agganciandolo con dei rimorchiatori, sono al momento giudicate estremamente rischiose: salire a bordo di quella nave, con i serbatoi danneggiati e l'instabilità strutturale causata dalle esplosioni, è un'impresa che nessuno si sente ancora di autorizzare.

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