Strage di Casalotti, i risultati delle autopsie confermano la ferocia dell'aggressione
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Redazione Interno
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Le autopsie disposte dalla Procura sui corpi dei tre membri della famiglia bengalese uccisi lo scorso 26 giugno nel quartiere romano di Casalotti hanno restituito un quadro inequivocabile della violenza consumata all'interno di quell'appartamento di via Montiglio. Gli esami, eseguiti presso la sezione di medicina legale dell'Università Cattolica del Sacro Cuore-Fondazione Policlinico A.
Gemelli, hanno evidenziato numerosissime lesioni da arma da taglio, concentrate in particolare su collo, viso, torace e cuore, una distribuzione che lascia intendere la volontà di annientare fisicamente le vittime senza alcuna esitazione.
Lesioni da difesa e dinamica dell'aggressione
Un elemento di particolare rilievo emerso dai referti autoptici riguarda la presenza di tagli profondi sugli arti superiori dei corpi esaminati. Tali ferite, che i medici legali hanno classificato come lesioni da difesa, testimoniano il tentativo disperato, e purtroppo vano, delle vittime di parare i colpi sferrati con violenza inaudita.
La circostanza che anche la bambina di otto anni, Islam Arowa, presentasse un numero di ferite tale da non lasciare scampo, conferma la natura totale e indiscriminata dell'assalto, un aspetto che gli inquirenti stanno valutando con attenzione per ricostruire l'esatta dinamica dei fatti e l'ordine in cui si sono susseguiti gli eventi all'interno della casa di via Montiglio.
La testimonianza del sopravvissuto
A gettare luce su quanto accaduto in quei drammatici minuti è la testimonianza resa da Amir Ayan Hossain Uddin, il figlio ventenne sopravvissuto alla strage, che ha raccontato agli investigatori di essersi trovato faccia a faccia con l'assassino nel momento in cui faceva rientro nell'abitazione. Il ragazzo ha dichiarato di essere stato aggredito alle spalle e di aver visto l'uomo, che lo attendeva dietro la porta, tentare di colpirlo alla testa con la mannaia, un movimento che lui è riuscito a schivare parzialmente, riportando comunque ferite guaribili in trenta giorni.
Le sue parole descrivono un agguato premeditato, in cui il killer avrebbe atteso il ritorno del giovane dopo aver già consumato l'omicidio dei suoi familiari, una circostanza che orienta le indagini verso un movente personale e profondo, ancora al centro dell'attenzione della squadra Mobile di Roma.
Le indagini e la caccia al killer
Mentre i risultati delle autopsie vengono acquisiti agli atti del fascicolo processuale, proseguono senza sosta le ricerche di Shahadat Hossain, l'uomo di 32 anni, anche lui di origine bengalese, individuato come l'unico responsabile della triplice omicidio e ancora latitante.
Gli investigatori stanno setacciando il territorio e valutando ogni possibile pista, anche quella di un eventuale allontanamento dal paese, per assicurare alla giustizia l'autore di un delitto che, per la ferocia con cui è stato perpetrato e per la tenera età di una delle vittime, ha sconvolto l'intera capitale e riacceso il dibattito sulla sicurezza all'interno delle mura domestiche, dove troppo spesso si consumano tragedie di questa portata.




