Il governo ipotizza lo stop ai controlli obbligatori in casa per le caldaie domestiche

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Una possibile svolta normativa, che il ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica sta elaborando in queste settimane, potrebbe portare all’abolizione dei controlli periodici in presenza per circa venti milioni di impianti termici domestici. La bozza di decreto in preparazione, di cui si conoscono alcuni contenuti, prevede infatti l’abrogazione del Dpr 74 del 2013, la norma che per oltre un decennio ha disciplinato l’esercizio e la manutenzione degli impianti, istituendo l’obbligo delle verifiche biennali e quadriennali affidate a tecnici specializzati. Una misura, questa, che il governo valuta nell’ottica di una deregulation del settore, mirata a semplificare gli adempimenti per i cittadini, sebbene sollevi non poche perplessità tra gli addetti ai lavori riguardo alle conseguenze sulla sicurezza e l’efficienza.

Il nuovo sistema basato sulle verifiche a distanza

Il provvedimento, ancora in fase di definizione, delineerebbe un nuovo paradigma di controllo, spostando l’attenzione dall’ispezione fisica alla verifica documentale da effettuarsi a distanza. Secondo quanto trapelato, per la gran parte delle caldaie installate nelle abitazioni private, quelle con potenza inferiore ai 70 kilowatt, non sarà più necessario l’accesso del tecnico nell’appartamento. Il controllo, che diverrebbe obbligatorio ogni quattro anni, si baserebbe invece sull’invio telematico della documentazione relativa alla manutenzione ordinaria, che per legge resta comunque a carico del proprietario dell’impianto. Un cambiamento di metodo significativo, il quale, se da un lato snellirebbe le procedure, dall’altro affiderebbe a un flusso di carte e autocertificazioni la garanzia di sicurezza e corretto funzionamento di apparecchiature delicate.

Le critiche del mondo dell’artigianato e i rischi percepiti

Proprio su questo punto si concentrano le critiche più aspre, avanzate con forza da associazioni di categoria come Confartigianato, le quali parlano esplicitamente di “forti perplessità”. Gli addetti ai lavori temono che la sostituzione del controllo in situ con quello documentale possa tradursi, nei fatti, in una pericolosa deregolamentazione. Il timore principale riguarda la sicurezza delle persone, considerando che un’ispezione visiva e strumentale diretta può scovare usure, ossidazioni o installazioni non a norma che una semplice ricevuta di manutenzione non è in grado di segnalare. A ciò si aggiunge il nodo dell’efficienza energetica e dell’impatto ambientale, visto che un parco caldaie italiano spesso datato e poco performante beneficia della verifica periodica sui consumi e sulle emissioni, operazione che un esame a distanza difficilmente potrebbe garantire con la stessa accuratezza.

Il contesto di un patrimonio impiantistico invecchiato

La questione della vetustà degli impianti, del resto, rappresenta un elemento centrale nel dibattito. L’eventuale eliminazione dell’obbligo di revisione in casa interessa la quasi totalità delle caldaie domestiche, molte delle quali installate da anni e potenzialmente più soggette a guasti o a perdite di efficienza. Senza il momento di controllo periodico e certificato da parte di un terzo, si rischia di vanificare parte degli sforzi compiuti in questi anni per migliorare le prestazioni energetiche del patrimonio abitativo e, in ultima analisi, per ridurre le emissioni inquinanti. La bozza del ministero, pertanto, si colloca al centro di un complesso equilibrio tra semplificazione amministrativa e tutela concreta di beni primari come l’incolumità individuale e la qualità dell’ambiente, un bilanciamento i cui esiti pratici saranno osservati con attenzione.

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