Lutto nerazzurro per Nazzareno Canuti, bandiera degli anni Settanta
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Redazione Sport
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Il mondo dell’Inter e del calcio italiano piange la scomparsa di Nazzareno Canuti, spentosi all’età di settant’anni. Un saluto che, come spesso accade in questi casi, arriva attraverso i canali ufficiali del club, i quali – pubblicando un comunicato carico di affetto e rimpianto – hanno tracciato un rapido ma intenso profilo della sua carriera nerazzurra. Nato nel vivaio della società, Canuti ha vestito la maglia dell’Inter per sette stagioni consecutive, collezionando 183 presenze e lasciando un segno, nonostante non fosse un nome di prima grandezza nel firmamento del calcio di quegli anni. Il suo palmarès, del resto, parla chiaro: con i nerazzurri ha conquistato lo scudetto nella stagione 1979-80, un traguardo storico per la squadra e il più importante della sua vita da calciatore, a cui si aggiungono due Coppe Italia. Quel che il club ha voluto sottolineare, però, andando oltre i meriti sportivi, è il modo in cui ha rappresentato i colori sociali, caratterizzato da «orgoglio, dedizione e spirito di sacrificio».
Un giramaglie fedele, tra rarità e passione
La sua carriera, che si è sviluppata principalmente in Serie A ma con parentesi anche in Serie B, presenta una peculiarità statisticamente rilevante: Canuti fu infatti uno dei primissimi calciatori, appena una quindicina fino a quel momento, ad aver vestito sia la maglia dell’Inter che quella del Milan. Un dettaglio che, in un derby sentito come pochi al mondo, potrebbe sollevare questioni di appartenenza. Eppure, per chi lo ha conosciuto o ha seguito le sue rare dichiarazioni, non vi è mai stato alcun dubbio su dove risiedesse il suo cuore. In una recente intervista, rilasciata pochi mesi fa, aveva tagliato corto con una semplicità disarmante: «L’Inter è l’Inter: si ama». Una dichiarazione d’amore totale, che non ammetteva sfumature o compromessi, e che rispecchiava il suo carattere schietto.
Il ricordo oltre il campo
Oltre le statistiche e i trofei, ciò che rimane di un giocatore come Canuti è l’impronta che lascia nel ricordo collettivo dei tifosi. Per molti di essi, specie per coloro che hanno seguito le gesta di quella Inter scudettata, il suo nome evoca un calcio diverso, forse meno scintillante ma profondamente concreto. Il suo ruolo in difesa, svolto con discrezione e costanza, contribuì alla solidità di una squadra che seppe imporsi in un campionato molto competitivo. La notizia della sua morte, descritta come sopraggiunta a causa di una «malattia fulminante», ha dunque colpito profondamente un ambiente che riconosce in figure come la sua – forse non eccessivamente mediatiche – l’essenza stessa di un certo modo di intendere il mestiere del calciatore: fatto di sacrificio quotidiano, di fedeltà al proprio compito e di amore incondizionato per i colori che si rappresentano.
Un simbolo di un’epoca
La sua figura si colloca in un’epoca precisa del calcio italiano, un periodo di transizione tra gli anni Settanta e Ottanta, quando il professionismo iniziava a cambiare volto ma manteneva ancora forti legami con un certo spirito di appartenenza. Canuti, che dopo l’esperienza nerazzurra vestì altre maglie senza però eguagliare i fasti di quel periodo, rimane per il popolo interista un figlio della propria academy, un simbolo di come il vivaio possa forgiare non solo calciatori, ma uomini identificati con il progetto del club. Il cordoglio espresso dall’Inter, che si è detto vicino ai familiari in questo momento di dolore, è la testimonianza più evidente di come il suo passato da giocatore sia ancora oggi considerato parte integrante della storia della società.




