Addio a Nazzareno Canuti, lo "Sceriffo" della difesa milanese

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Il mondo del calcio è stato scosso dalla notizia della scomparsa di Nazzareno Canuti, spentosi all’età di settant’anni. Definito durante la sua carriera con l’appellativo di “Sceriffo”, per il carattere determinato e la fisicità imponente che ne caratterizzavano il gioco, Canuti ha lasciato un segno, seppur discreto, nella storia del calcio italiano, legando il suo nome soprattutto alle due grandi rivali di Milano. Nato nel 1956, si formò calcisticamente nel vivaio dell’Inter, club con il quale, divenuto professionista, riuscì a conquistare il Titolo nazionale nella stagione 1979-80 e ad aggiudicarsi due Coppe Italia, diventando una pedina solida di quel reparto difensivo. La sua fedeltà nerazzurra, che egli stesso ebbe modo di ribadire in una passata intervista affermando semplicemente “L’Inter è l’Inter: si ama”, non gli impedì, in un’epoca in cui i passaggi diretti tra i due club erano rarissimi, di compiere un trasferimento che fece scalpore.

Il passaggio alla corte rossonera

Nell’estate del 1982, infatti, Canuti varcò la linea di demarcazione che separa Milano, approdando al Milan quando la squadra, reduce da una tormentata stagione, si apprestava a disputare il campionato di Serie B. Quel trasferimento, che lo rese uno dei primi calciatori a muoversi direttamente tra le due società, rappresentò un episodio significativo, se non unico, nelle cronache del calcio cittadino dell’epoca. Indossò la maglia rossonera con la stessa professionalità che lo aveva contraddistinto in nerazzurro, contribuendo, pur in un contesto di serie minore, alla riorganizzazione della squadra. Il suo ruolo, principalmente quello di centrale difensivo, ma che poteva adattarsi anche a terzino, dimostrava una versatilità apprezzata dagli allenatori, i quali potevano contare su di un elemento esperto e dal carisma riconosciuto, capace di guidare la retroguardia con autorità.

Una carriera oltre il capoluogo lombardo

La sua esperienza professionistica, che si snodò prevalentemente nell’orbita milanese, lo portò comunque a vestire altre maglie, incluso quel Genoa dove concluse la propria carriera agonistica. Pur non avendo collezionato un numero elevatissimo di presenze in nazionale, la sua figura rimane emblematica di un certo calcio, fatto di marcature strette, di anticipi e di una certa rudezza, peraltro comune a molti difensori di quegli anni, che in campo costituiva un deterrente per gli attaccanti avversari. Fuori dal rettangolo di gioco, si descriveva invece come una persona riservata, lontana dai riflettori, che dopo il ritiro aveva mantenuto un profilo discreto, lontano dalla cronaca mondana o giudiziaria.

Un ricordo sobrio e rispettoso

La sua scomparsa, giunta in modo improvviso poco dopo il suo settantesimo compleanno, ha riportato alla memoria, per molti appassionati, le gesta di un calciatore la cui carriera coincise con un periodo di transizione per il calcio italiano. Le reazioni al lutto, sebbene sentite, sono circoscritte alle pagine sportive e ai ricordi di una generazione di tifosi, senza che vi siano state, per sua fortuna, indagini o sviluppi giudiziari che ne abbiano offuscato l’immagine pubblica. Il ricordo che permane è dunque quello di un atleta dedito al proprio lavoro, di un difensore che, pur non essendo un protagonista assoluto, seppe guadagnarsi il rispetto delle tifoserie, persino di quella che, per destino sportivo, si trovò ad affrontare dall’altra parte della barricata. La sua storia, fatta di quella rara doppia militanza, rimane un frammento di quel mosaico complesso che è la storia del derby di Milano.

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