La lunga ombra di Piëch si dissolve: Porsche cede Bugatti a un consorzio Usa

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Redazione Economia Redazione Economia   -   C’è una data che segna lo snodo cruciale di questa operazione, il 24 aprile 2026, quando la casa di Stoccarda ha firmato i contratti che sanciscono il suo definitivo allontanamento da Molsheim. Porsche, come confermato dai comunicati ufficiali diffusi nella giornata di venerdì, ha deciso di liquidare l’intero pacchetto azionario detenuto nella joint venture Bugatti Rimac (pari al 45%) e contestualmente nel gruppo Rimac (dove sedeva sul 20,6%), consegnando le chiavi del gioiello francese a un consorzio internazionale guidato da HOF Capital, società di investimento con sede a New York e oltre dieci miliardi di dollari in gestione. Si chiude così, dopo quasi trent’anni esatti, il legame tra il colosso tedesco Volkswagen, di cui Porsche è il gioiello di famiglia, e il marchio fondato da Ettore Bugatti, un legame voluto con ferrea determinazione da Ferdinand Piëch nel lontano 1998.

Un terremoto annunciato tra hypercar e bilanci in rosso

A ben vedere, la mossa non arriva del tutto inaspettata, se si considera il contesto di profonda ristrutturazione che attraversa il gruppo automobilistico tedesco. Porsche, che aveva stretto l’alleanza con il visionario croato Mate Rimac nel 2021 proprio per traghettare l’artigianalità estrema di Bugatti nell’era dell’elettrificazione, si trova oggi a fare i conti con una pressione finanziaria particolarmente severa. I numeri parlano chiaro: un crollo del 93% degli utili operativi nel 2025, un tonfo che ha costretto l’amministratore delegato Michael Leiters a rivedere le priorità aziendali e a parlare esplicitamente di "concentrazione sul core business". Leiters stesso, del resto, ha accompagnato l’annuncio con parole che suonano come un commiato doveroso, ringraziando il team croato per la collaborazione e rivendicando il successo della fase transitoria, ma l’obiettivo è ormai un altro: liberare risorse e semplificare una struttura azionaria diventata, evidentemente, troppo ingombrante per le casse di Zuffenhausen.

L’ascesa di HOF Capital e la polvere dei motori W16

A rilevare le quote non sarà un costruttore rivale, bensì un manipolo di investitori finanziari capitanati da HOF Capital, con il sostegno di BlueFive Capital e un pool di istituzioni americane ed europee. Questa new entry non solo rileva l’ex quota Porsche in Bugatti Rimac, ma entra anche nell’azionariato del gruppo Rimac come socio maggioritario, affiancando Mate Rimac nella gestione del futuro. È una fotografia eloquente della metamorfosi in corso nel settore delle hypercar, dove il capitale finanziario sostituisce sempre più spesso la logica industriale dei grandi gruppi tradizionali. Per Bugatti, che in questi anni ha scolpito nella memoria collettiva i rombi del W16 prima della Veyron e poi della Chiron (sostituito di recente dal V16 della Tourbillon), l’era tedesca si chiude senza troppi sentimentalismi. Del resto, Porsche aveva già iniziato a defilarsi mesi fa, quando a marzo Leiters anticipò l’intenzione di "snellire" la struttura aziendale.

L’autonomia di Rimac e l’addio silenzioso di Wolfsburg

Per il gruppo Volkswagen, che detiene la maggioranza di Porsche, l’operazione del 24 aprile rappresenta il punto finale di un percorso di progressivo disimpegno iniziato nel 2021. A conti fatti, la mossa restituisce a Mate Rimac una libertà d’azione totale: il controllo operativo di Bugatti passa interamente nelle sue mani, senza più l’ingerenza di Stoccarda. Rimac, dal canto suo, incassa il sostegno dei nuovi soci per accelerare la propria crescita tecnologica nel campo delle batterie e dei propulsori ibridi, mentre Porsche recupera ossigeno finanziario in un momento storico segnato dalle tensioni commerciali (si vedano i dazi dell’amministrazione Trump) e dalla frenata della domanda sull’elettrico. Non è dato sapere l’esatto controvalore della transazione, sebbene le valutazioni di mercato collochino Rimac Group oltre i due miliardi di euro e la sola Bugatti Rimac oltre il miliardo di dollari. Ciò che è certo, però, è che l’artigianato di Molsheim smette ufficialmente di parlare tedesco dopo quasi tre decenni, per cedere il passo a un futuro ibrido tra venture capitalist americani e tecnologia slava.

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