Data center, dalle intese nazionali alle regie territoriali
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Redazione Economia
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Il 2026 verrà probabilmente ricordato come l’anno in cui il legislatore italiano ha smesso di rincorrere il fenomeno data center e ha provato a disciplinarlo con una cornice normativa organica, seppur in via di definizione.
Il decreto-legge 21/2026, il cosiddetto Decreto Bollette, ha introdotto con l’articolo 8 un procedimento autorizzativo unico per la realizzazione, l'ampliamento e l'esercizio dei data center e delle relative reti di connessione di utenza, un meccanismo che coinvolge una conferenza di servizi capace di assorbire in un unico iter valutazioni ambientali, paesaggistiche e i necessari allacci alla rete elettrica.
Il provvedimento, approvato in via definitiva dal Senato l'8 aprile scorso, rappresenta senza dubbio un punto di svolta per un settore che, fino a pochi mesi fa, scontava una frammentazione burocratica capace di scoraggiare anche i capitali più intraprendenti.
Il procedimento unico e la sfida delle competenze
L’impianto del decreto, sostanzialmente confermato in sede di conversione, affida il rilascio dell’autorizzazione all’autorità competente in materia di Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA), fissando un termine ordinario di dieci mesi per la conclusione del procedimento. Un aspetto, quest’ultimo, che potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio.
Come sottolineato da alcuni osservatori, l’individuazione del soggetto procedente nell’ente che gestisce l’AIA rischia di creare un cortocircuito operativo, dal momento che molti progetti di data center in cantiere hanno una potenza inferiore ai 50 Megawatt, soglia oltre la quale scatta l’obbligo di tale valutazione. La scelta di accentrare tutto sull’autorità AIA, insomma, potrebbe paradossalmente ingolfare gli uffici con istanze per le quali quel titolo ambientale non è nemmeno necessario, vanificando in parte lo sforzo di semplificazione.
La corsa all'oro dei dati e il mercato globale
La spinta verso una regolamentazione chiara e veloce è alimentata da numeri che fanno girare la testa. La spesa mondiale per apparecchiature e infrastrutture destinate ai data center ha già raggiunto i 290 miliardi di dollari nel 2024 e, secondo il Data Center Equipment & Infrastructure Market Report 2025-2030 di IoT Analytics, si prepara a superare i mille miliardi entro il 2030, segnando una crescita superiore al 250%. A trainare questa impennata, senza alcun dubbio, è la corsa all’intelligenza artificiale.
La domanda di capacità computazionale cresce a ritmi esponenziali, e l’Italia, pur partendo da una posizione di rincorsa, ambisce a diventare un hub strategico nel Mediterraneo. Secondo le stime di Mordor Intelligence, il mercato italiano dei data center dovrebbe passare dai 7,5 miliardi di dollari del 2025 a quasi 15 miliardi entro il 2031, con un tasso di crescita annuale composto del 12,1%.
Il caso Piemonte e la regolazione del territorio
Se il quadro normativo nazionale fissa le regole del gioco, sono le Regioni a giocare la partita più delicata sul territorio. Il Piemonte, in particolare, si trova a fronteggiare una vera e propria "giungla" di richieste: oltre ottanta domande da colossi come Google, Amazon, Microsoft e Tim hanno messo in allarme la giunta Cirio, che si appresta ad approvare una legge per mettere un freno agli impatti ambientali.
L’assessore all’Ambiente Matteo Marnati ha spiegato che la futura norma chiederà di valorizzare il calore di scarto attraverso centrali di teleriscaldamento, di utilizzare sistemi di raffreddamento a basso consumo idrico e di individuare aree "preferenziali" (siti già impermeabilizzati o dismessi) per gli insediamenti, escludendo a priori parchi e riserve naturali. Un approccio, questo, che mira a conciliare lo sviluppo digitale con la tutela di un territorio che è tra i più inquinati d’Europa.
Lombardia e Pavia: il valore dei terreni agricoli
Anche in Lombardia il tema dei data center è caldo, e l’attenzione si concentra sull'equilibrio tra innovazione e tutela del suolo agricolo. Confagricoltura Pavia ha espresso un "sì, ma a condizioni" all'agrivoltaico e ai nuovi data center, chiedendo con forza che lo sviluppo non stravolga il valore dei terreni, specialmente in una provincia dalla forte vocazione risicola.
Il presidente della Commissione regionale Ambiente, Alessandro Cantoni, ha ribadito che le leggi regionali hanno messo punti fermi per gestire temi complessi senza penalizzare i vari aspetti in gioco. Un coro di preoccupazioni che trova eco anche tra i sindaci lombardi, i quali, in un appello inviato a Regione Lombardia, hanno chiesto di privilegiare l'insediamento in aree già urbanizzate e di garantire un coinvolgimento pieno dei Comuni nei processi autorizzativi.




