: Tasse sulle banche, il rischio per i correntisti e l'avallo di Panetta

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Redazione Economia Redazione Economia   -   L'annunciata tassa sugli istituti di credito, argomento di cui si discute ormai dal 2023, ripropone un interrogativo che tocca da vicino la sfera economica di ciascuno: quali saranno, in definitiva, le reali conseguenze per i correntisti? Come sottolineato in una recente analisi, i governi che hanno tentato di introdurre prelievi aggiuntivi sul settore bancario non sempre hanno raggiunto il loro obiettivo, anche perché chi opera e genera utili con il denaro possiede, com'è ovvio, gli strumenti per proteggere i propri margini. Il cuore della questione, tuttavia, non risiede nella mera imposizione fiscale, la quale – si osserva – serve a ben poco per avvicinare gli istituti ai cittadini; molto più efficace, al contrario, sarebbe stato un intervento volto a potenziare la concorrenza, l'unica forza in grado di abbassare strutturalmente i costi dei servizi. Senza questo elemento, il pericolo che il nuovo onere venga di fatto scaricato su imprese e famiglie attraverso l'aumento dei costi di gestione dei conti o la riduzione della remunerazione dei depositi, diventa una possibilità concreta e non più remota.

Il parere rassicurante dalla Bce

In un contesto di grande attenzione, un segnale di assoluta tranquillità è giunto da Fabio Panetta, governatore di Bankitalia e membro del board della Banca Centrale Europea, il quale, nel corso di una conferenza stampa tenutasi a Firenze, ha espresso un giudizio netto sulla manovra governativa. Panetta ha affermato, senza mezzi termini, che le misure previste – che includono un incremento del due percento dell'Irap per il triennio 2026-2028 e la possibilità di un contributo volontario per gestire le riserve fiscali – non comportano «rischi di instabilità finanziaria» per il sistema. Questa dichiarazione, arrivata in occasione di una riunione del Governing Council, rappresenta un avallo significativo per la politica economica del governo, al quale viene implicitamente riconosciuto di aver agito senza minare i fondamentali della solidità bancaria.

Il conto da dieci miliardi

Il confronto, a volte aspro, tra l'esecutivo e le banche si gioca su numeri di grande entità. L'aumento dell'Irap, unito al meccanismo del contributo volontario calcolato con un'aliquota agevolata, mira a portare complessivamente all'Erario circa dieci miliardi di euro nel prossimo triennio. Si tratta di una somma ingente, che il settore del credito è chiamato a versare, e che inevitabilmente solleva interrogativi sulle strategie che gli istituti metteranno in campo per farvi fronte. La storia economica, d'altronde, insegna che le imprese, quando sottoposte a pressioni fiscali, tendono a trasferire una parte di esse sui clienti; un principio, questo, che vale anche per le banche, le quali potrebbero essere spinte a rivedere le proprie tariffe o a essere meno generose nella remunerazione dei risparmi, con un impatto diretto sul portafoglio di molti.

La concorrenza come vera garanzia

Mentre la discussione pubblica si concentra sull'entità del prelievo, l'analisi più approfondita suggerisce che il vero scoglio da superare sia la mancanza di un'agguerita concorrenza nel mercato creditizio. È proprio questa, in ultima analisi, la leva che potrebbe proteggere i consumatori da rincari e da condizioni meno vantaggiose. Se la rivalità tra gli istituti fosse sufficientemente forte, ciascuno di essi sarebbe infatti incentivato ad assorbire una parte significativa del maggior costo, per non perdere quote di mercato a favore dei concorrenti. In assenza di una simile dinamica, che spinge naturalmente verso l'efficienza e l'innovazione a beneficio dell'utente finale, il rischio di un trasferimento dell'onere fiscale verso la clientela rimane un'ipotesi tutt'altro che astratta e meritevole di essere seguita con la massima attenzione.

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