Il paradosso di Antonelli, un talento che l’Italia non ha saputo trattenere

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Redazione Sport Redazione Sport   -   C’è un filo sottile che lega la prima vittoria in carriera di Kimi Antonelli, ottenuta domenica scorsa sul circuito di Shanghai, al ritorno in patria del diciannovenne bolognese, quando all’aeroporto Marconi di Bologna ad attenderlo c’erano la mamma Veronica con un piatto di gramigna al ragù e la consapevolezza, forse, di aver riportato il tricolore sul gradino più alto del podio a vent’anni esatti dall’impresa di Giancarlo Fisichella in Malesia. L’astinenza, lunga due decadi, è stata spezzata da un ragazzo che la Germania, quella Germania che spesso ci viene indicata come modello di efficienza e lungimiranza, aveva iniziato ad allevare tecnicamente quando di anni ne aveva appena undici, inserendolo nel proprio programma di sviluppo giovani della Mercedes. Ed è qui che la narrazione sportiva si intreccia inevitabilmente con una riflessione più amara sul sistema-Paese, perché mentre Oltralpe e oltreoceano si investe sulla ricerca e sulla valorizzazione dei cervelli — siano essi ingegneri o piloti — da noi si continua a manifestare quella che, senza troppi giri di parole, possiamo definire una mentalità talvolta miope, se non apertamente retrograde.

Il successo di Antonelli, va detto, non è solo questione di velocità su una pista; è la sintesi perfetta di un percorso che in Italia, nei fatti, non avrebbe mai potuto attecchire con la stessa linfa. Basti pensare che in molti, nel nostro panorama motoristico, storcevano il naso di fronte alla sua precocità: troppo giovane per la Formula 1, dicevano, quasi che l’età anagrafica potesse essere un freno quando invece, in altri contesti, rappresenta il viatico per costruire un campione. La Ferrari, ed è bene ricordarlo senza entrare nel merito delle scelte tecniche o strategiche di chi la governa, non lo ha voluto o forse non lo ha saputo aspettare, lasciando che altrove — nel dettaglio, in una fabbrica a Brackley — maturasse quel gioiello che oggi sfreccia sotto le insegne della stella a tre punte. E mentre qui si discuteva se fosse il caso di dargli una chance, loro, in Germania, lo facevano crescere con metodo, garantendogli quel sostrato tecnico e psicologico che ha permesso a un adolescente di diventare, a diciannove anni e mezzo, il secondo più giovane vincitore di sempre nella massima serie, preceduto in questa speciale classifica dal solo Max Verstappen.

Poi c’è l’altra faccia della medaglia, quella umana e sentimentale, che riporta tutto a una dimensione più raccolta e lontana dai riflettori dei box. Appena atterrato, Kimi ha parlato dei centinaia di messaggi ricevuti, ma con sincerità ha confessato di essere stato colpito soprattutto dalla dedica di Jannik Sinner, quel “Grande Kimi!” scritto col pennarello sulla telecamera di Indian Wells e le parole affettuose che l’altoatesino gli ha rivolto. "È stato carino, l’ho ringraziato molto", ha detto il pilota della Mercedes, quasi stupito di questo passaggio di testimone ideale tra due ragazzi italiani che stanno rivoluzionando il concetto stesso di eccellenza sportiva nel mondo. Un’eccellenza che, evidentemente, si riconosce a naso: c’è una sintonia generazionale, una capacità di parlarsi e di capirsi che va oltre la disciplina praticata, e che forse rappresenta la vera novità di questi tempi. Mentre Jannik vinceva nel tennis, Kimi volava verso Bologna per ricongiungersi con le sue radici, quelle vere, che hanno il sapore delle tagliatelle della mamma — poi corrette in gramigna, giusto per non farsi mancare la genuinità del dialetto — e che ci riportano a una dimensione fatta di affetti semplici, nonostante la complessità di un lavoro che si svolge a trecento chilometri orari.

Mamma Veronica e le radici di un campione

E a proposito di radici, c’è chi quelle alessandrine le rivendica con orgoglio, come Piero Necchi, pilota di razza che la Formula 1 l’ha sfiorata per un soffio prima che la sfortuna — o uno sponsor poco affidabile — gli sbarrasse la strada. Necchi, che Kimi lo conosce da quando era un bimbo sui kart, ne tratteggia un ritratto che va oltre la mera cronaca sportiva, raccontando un aneddoto preciso: sette, otto anni fa, mentre si trovava a Castelletto di Branduzzo insieme ad altri ragazzini, tra cui Carlos Sainz jr. e Lorenzo Patrese, il piccolo Antonelli si avvicinò e, con una sicurezza quasi inquietante per un bambino, disse chiaro e tondo: "Io voglio diventare un pilota professionista e voglio arrivare in Formula 1". Detto, e in un certo senso fatto. Oggi Necchi lo paragona, nella sua esplosività e nella sua determinazione, ad Ayrton Senna, sottolineando come la sua traiettoria — fatta di umiltà e di una velocità innata — non possa che portarlo lontano, magari già da quest’anno a giocarsi un mondiale che sembrava utopia solo pochi mesi fa.

La mamma Veronica, dal canto suo, offre uno spaccato di quotidianità che fa da contraltare alla tensione dei gran premi. Lei, che il figlio lo ha cresciuto tra le tende dei kartodromi di mezza Europa, confessa di non riuscire nemmeno a guardare le gare in televisione, preferendo chiudersi in una stanza con il solo live timing davanti, a scandire i tempi sul cronometro come faceva quando "Andy" correva in minikart. Poi, all’ultimo giro, la resa: la tv accesa insieme alla figlia Maggie, le lacrime del figlio inquadrate dalle telecamere, e quelle di mezza Italia che si uniscono in un pianto liberatorio. Per lei, che ripete come un mantra di essere orgogliosa non tanto del pilota quanto del ragazzo educato che ha cresciuto, nulla cambia: Kimi resta Andrea, il suo "ragazzo veloce", quello che a un anno — dicono le cronache — saliva già sul kart con il papà e sembrava felice così, in un destino scritto prima ancora di saper parlare.

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