Il paradosso di Antonelli, fenomeno formato Germania che l’Italia guarda senza imparare

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Redazione Sport Redazione Sport   -   C’è un’immagine, raccontata da chi quel ragazzo lo ha visto crescere, che forse spiega più di qualsiasi analisi tecnica la dimensione umana di Andrea Kimi Antonelli. Piero Necchi, pilota alessandrino che la Formula 1 l’ha solo sfiorata per un soffio — e chi segue le storie di questo sport sa quanto talvolta la sfortuna o uno sponsor volubile possano cambiare il corso di una carriera —, lo ricorda bene, otto anni fa, ai box di un circuito. Antonelli era un bambino sui kart, e mentre gli altri chiacchieravano, lui si avvicinò e disse, con una sicurezza che a quell’età è più istinto che presunzione: “Io voglio diventare un pilota professionista e voglio arrivare in Formula 1”. Parole che in tanti avranno pronunciato, ma che in pochi, guardando quel ragazzino poco dopo in pista, avrebbero visto trasformarsi in una conferma così netta: “Mise tutti in riga per l’intero weekend”, ricorda Necchi, che nel giovane Antonelli rivede i tratti di due piloti visti a Jesolo anni fa, Ayrton Senna e Stefano Modena, quelli che avevano qualcosa in più, una spanna sopra gli altri. E domenica scorsa, sul circuito di Shanghai, quel bambino cresciuto ha riportato un italiano sul gradino più alto del podio, a vent’anni di distanza dall’ultima volta di Giancarlo Fisichella. Un ritorno al successo che, però, apre una riflessione più amara, sollevata dalle pagine di un quotidiano da un lettore di Belluno, Francesco Pingitore, e ripresa dal direttore Roberto Papetti: dove sarebbe oggi Kimi Antonelli se fosse rimasto in Italia? -3

La Germania che alleva i talenti e l’Italia delle porte girevoli

Il nodo, infatti, non è solo tecnico-sportivo, ma strutturale e culturale. La Ferrari, e non è certo una novità, guardò quel ragazzino e pensò fosse troppo giovane, o forse semplicemente non rientrava in piani che richiedono tempi lunghi e pazienza, qualità queste ultime che mal si conciliano con la necessità di risultati immediati tipica di certi ambienti. La Germania, invece — ed è bene sottolinearlo non come un luogo comune ma come un dato di fatto —, lo ha accolto e allevato. Dall’età di undici anni Antonelli è entrato nel vivaio Mercedes, lasciando casa e famiglia per costruirsi altrove, in un paese che investe sui giovani, li forma e li valorizza, sia nel motorsport che nella ricerca universitaria, come giustamente nota il lettore nel suo intervento. Una scelta che dice tutto sulla visione di un paese che considera i giovani non un costo o un rischio, ma una risorsa da coltivare. E mentre qui si discute se un diciannovenne possa avere la statura per certi palcoscenici, lì lo mettono in macchina e gli affidano il futuro di una scuderia.

Mamma Veronica e quel ragazzo cresciuto tra le tende dei kartodromi

Ma al di là delle dinamiche geopolitiche del talento, che pure esistono e pesano, c’è la storia personale, e in questa storia le figure dei genitori emergono con una nitidezza sorprendente. Per mamma Veronica, intervistata in questi giorni, nulla è cambiato, e forse è questa la chiave di tutto. Kimi, per lei, è sempre Andy, il ragazzo che ha cresciuto tra le tende dei kartodromi di mezza Europa, abituandosi presto all’idea di vederlo partire e tornare, un viavai che sarebbe diventato la normalità. “Voglio che sia felice in quello che fa e abbia risultati — racconta —, ma il vero orgoglio è quando mi dicono ‘è davvero un bravo ragazzo’” [citazione dal testo fornito]. Un’educazione alla normalità, dentro una vita che normale non è, fatta di sacrifici condivisi e di assenze giustificate da un sogno. E il padre Marco, ex pilota, che nel giorno della vittoria in Cina era lì, tra i primi ad abbracciarlo nel parco chiuso, visibilmente commosso, a testimoniare che dietro ogni campione c’è una famiglia che ha creduto, speso e sperato con lui.

L’amico che paragona Kimi a Senna e la normalità di un ragazzo che stupisce

Il confronto con Ayrton Senna, uscito dalla bocca di Necchi, potrebbe sembrare azzardato, e forse lo è, ma rende l’idea di come certi talenti, a vederli da vicino, lascino intravedere qualcosa di diverso, una scintilla che non passa inosservata a chi di corse ne ha viste tante. E in mezzo a tutta questa celebrazione, con i titoli dei giornali che lo incoronano “Ragazzo d’oro” o “Re Kimi”, con Jannik Sinner che lo celebra a Indian Wells e Antonio Conte che lo applaude, con i messaggi di Lewis Hamilton e Max Verstappen a fargli corona -2, colpisce la testimonianza di Franco Giuliani, presidente del Ferrari club di Alessandria. Due anni fa, durante la 6 ore del mondiale Wec a Imola, il suo gruppetto incontrò Antonelli nel paddock. Lui era già nell’orbita Mercedes, eppure si fermò, scambiò quattro chiacchiere, si fece fotografare con quei tifosi della Rossa che, di fatto, tifano per la sua diretta concorrente. “Un ragazzo molto umile”, lo definisce Giuliani, che non aveva certo dimenticato quell’incontro dopo la vittoria in Cina. Una umiltà che, in un mondo spesso popolato da giovani viziati e insicuri, restii ad abbandonare il nido familiare, rappresenta un’eccezione tanto rara quanto preziosa. E forse, come sottolinea Papetti nella sua risposta, storie come questa fanno giustizia di tanti luoghi comuni sui nostri ragazzi, dimostrando che esiste un’altra gioventù, propositiva e determinata, che aspetta solo di avere una chance per mettersi in gioco.

Il dibattito sulle nuove regole e lo spettacolo in pista

Mentre l’Italia si interroga su cosa significhi la vittoria di Antonelli e sul perché si debba andare all’estero per vedere valorizzati i propri talenti, la Formula 1 vive una fase di profondo cambiamento regolamentare. Le nuove vetture, concepite per aumentare spettacolo e incertezza, hanno già sollevato un acceso dibattito. C’è chi, come Max Verstappen, le ha definite uno “spettacolo dell’orrore”, criticando l’eccessiva complessità della gestione delle batterie. Eppure, a Shanghai, il pubblico ha assistito a un gran premio emozionante, con duelli serrati e una Mercedes dominante, capace di piazzare una doppietta con il suo giovane fenomeno e con George Russell. Una domenica da incorniciare per la scuderia di Brackley, che ha visto anche le due Ferrari di Hamilton e Leclerc battagliare per il terzo gradino del podio, regalando sprazzi di quella rivalità interna che tanto piace ai tifosi. Ma al di là dello spettacolo, resta la sostanza: un ragazzo di diciannove anni, con la mole di pressione addosso di chi sostituisce un sette volte campione del mondo, ha saputo gestire la gara con una freddezza da veterano, gestendo persino un errore nelle fasi finali che poteva costargli caro. E mentre lui festeggia, in Italia si torna a parlare di giovani, di talento e di un paese che, troppo spesso, li guarda partire senza chiedersi perché.

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