La missione segreta per mettere in sicurezza l'uranio arricchito dell'Iran

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il nodo della guerra, quello che realmente potrebbe determinare la vittoria o meno della coalizione guidata da Stati Uniti e Israele, risiede sottoterra, nei tunnel del complesso nucleare di Isfahan, dove sono custoditi circa 450 chili di uranio arricchito al sessanta per cento. Una quantità, questa, che una volta weaponizzata, come si dice in gergo, basterebbe per assemblare fino a undici ordigni atomici, un'eventualità che né Donald TrumpBenjamin Netanyahu possono permettersi che si verifichi. Ecco perché, nonostante i bombardamenti strategici abbiano già messo a terra gran parte delle difese aeree e della infrastruttura missilistica della Repubblica Islamica, il cuore del programma nucleare, quello stesso che da anni tiene in scacco la comunità internazionale, è rimasto inspiegabilmente intatto. Non si tratta di una dimenticanza tattica, né di un errore di pianificazione: la complessità dell'operazione necessaria per mettere in sicurezza quelle scorie, o per neutralizzarle, richiede un approccio radicalmente diverso dai soli attacchi dal cielo.

L'allarme dell'intelligence e il sito di Isfahan

Secondo quanto riportato da fonti qualificate, l'intelligence americana avrebbe lanciato un allarme non indifferente: gli ayatollah, ma anche la possibilità che altri gruppi, magari in un contesto di caos seguito a un'eventuale caduta del regime, potrebbero accedere a quel materiale attraverso un cunicolo rimasto agibile nonostante i raid dello scorso giugno. Un'evenienza, questa, che rappresenterebbe l'incubo peggiore per la sicurezza globale, ovvero quello di vedere materiale fissile altamente arricchito finire in mani imprevedibili o, peggio, in quelle di organizzazioni terroristiche. La situazione, dunque, è tutt'altro che semplice: da un lato c'è la necessità impellente di impedire all'Iran di dotarsi dell'arma atomica, un obiettivo dichiarato più volte dalla Casa Bianca; dall'altro, la consapevolezza che i bombardamenti a tappeto, per quanto precisi, potrebbero disperdere nell'ambiente sostanze radioattive o, peggio ancora, rendere il recupero del materiale una corsa contro il tempo. L'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica, del resto, ha confermato che le scorte principali sono ancora lì, sepolte e al momento inaccessibili, ma la loro esistenza rappresenta una variabile strategica di importanza assoluta.

Il cambio di rotta di Trump e l'ipotesi dell'intervento di terra

Donald Trump, che all'inizio del conflitto aveva escluso categoricamente l'opzione di un intervento di truppe americane sul suolo iraniano, nelle ultime ore avrebbe invece cambiato radicalmente idea, iniziando a valutare seriamente la possibilità di una missione via terra. Una missione, si badi bene, non di invasione o di occupazione permanente, ma un blitz chirurgico, mirato e circoscritto, per mettere le mani su quelle 450 chili di uranio o, in alternativa, per neutralizzarle in modo definitivo. L'idea, come rivelato da alcuni media americani, sarebbe quella di impiegare unità d'élite, reparti specializzati in missioni top-secret, per penetrare in profondità nel territorio nemico, raggiungere i tunnel di Isfahan e assicurarsi il materiale. Non è un caso che, tra le opzioni al vaglio dello stato maggiore, figurino corpi scelti come la Delta Force, addestrata proprio per operazioni anti-Wmd, ovvero contro le armi di distruzione di massa, un genere di missione che prevede l'ingresso in siti protetti per mettere in sicurezza o distruggere centrifughe e testate.

Delta Force e le unità speciali per le operazioni a rischio

La Delta Force, ufficialmente nota come 1st Special Forces Operational Detachment-Delta, non è un reparto qualunque. Nata negli anni Settanta dall'esperienza del colonnello Charles Beckwith, che aveva servito con i britannici del Sas, questa unità rappresenta l'eccellenza delle forze speciali americane, quella a cui vengono affidati i compiti più delicati e pericolosi, quelli che non possono fallire e di cui, spesso, non si saprà mai nulla. La loro specialità, in questo contesto, sarebbe proprio quella di entrare in azione per sequestrare il materiale fissile, un'operazione che richiederebbe non solo un addestramento militare fuori dal comune, ma anche competenze specifiche in campo nucleare per maneggiare l'uranio senza provocare disastri ambientali o, peggio, reazioni a catena incontrollate. La sfida, per questi uomini, sarebbe immane: dovrebbero operare in territorio ostile, lontani dalle linee amiche, con il rischio concreto di rimanere intrappolati o di dover fronteggiare una reazione massiccia delle Guardie della Rivoluzione, decise a difendere ciò che considerano il loro tesoro più prezioso.

La collaborazione perfetta, quella tra gli alleati d'acciaio, come sono stati definiti Usa e Israele, dovrà quindi spingersi oltre i bombardamenti a tappeto, trasformandosi in una sinergia sul campo capace di risolvere il dilemma nucleare una volta per tutte. Non ci sarà una vittoria reale, un successo definitivo, finché quel materiale resterà in mani potenzialmente nemiche o, peggio ancora, in una situazione di incertezza. La decisione se procedere con un blitz, se tentare un recupero o se, invece, optare per la distruzione del sito con ordigni penetratori, è una scelta che Trump e i suoi strateghi stanno valutando in queste ore, consapevoli che qualsiasi mossa potrebbe avere conseguenze irreversibili per l'intero scacchiere mediorientale e per gli equilibri di potere globali. Le truppe di terra, insomma, potrebbero diventare la chiave di volta di un conflitto che, altrimenti, rischierebbe di concludersi con un successo solo parziale e, per questo, pericolosamente incompleto.

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