Trump all’Iran: «L’uranio arricchito va consegnato agli Usa o distrutto sul posto»
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Una nuova, secca ingiunzione del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha riacceso i riflettori sulla crisi nucleare iraniana, con un post pubblicato sul suo social Truth che fissa le condizioni per scongiurare un’escalation.
L’uranio arricchito – che il presidente ha definito senza mezzi termini «polvere nucleare» – dovrà essere «immediatamente consegnato agli Stati Uniti per essere riportato a casa e distrutto», oppure, in una soluzione che Trump definisce preferibile, «distrutto sul posto in collaborazione e coordinamento con la Repubblica islamica dell’Iran», alla presenza di testimoni qualificati come la Commissione per l’energia atomica o un organismo equivalente.
L’annuncio, arrivato a poche ore di distanza da un attacco militare statunitense nel sud del paese, ha trovato un quadro operativo già in movimento: da lunedì mattina, infatti, una delegazione di alto livello iraniana – con il capo negoziatore Mohammad Bagher Ghalibaf, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi e il governatore della Banca Centrale Abdolnaser Hemmati – si trova a Doha per colloqui a porte chiuse.
L’attacco americano nel sud e la dinamica della difesa
Il contesto in cui si inserisce l’ultimatum di Trump non è solo quello negoziale, ma anche quello – più caldo – delle azioni sul campo. Il Comando Centrale degli Stati Uniti (Centcom) ha reso noto di aver condotto un’operazione nel sud dell’Iran, colpendo in autodifesa quello che è stato descritto come un «sito per il lancio di missili e navi iraniane» che stavano cercando di posizionare mine.
Le fonti militari americane hanno parlato di una risposta proporzionata a una minaccia imminente, senza però fornire dettagli sul numero di vittime o sull’entità dei danni subiti dalle infrastrutture iraniane. La scelta della parola «autodifesa» da parte del Pentagono è parsa sin da subito studiata: un tentativo di incanalare l’azione militare dentro l’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, anticipando le inevitabili critiche internazionali.
Per il momento, Teheran non ha ufficialmente commentato l’attacco, ma l’agenzia semi-ufficiale Tasnim ha parlato di «atti provocatori» che complicheranno ulteriormente i negoziati in corso nella capitale qatariota.
I negoziati di Doha e la posta in gioco sullo Stretto di Hormuz
I colloqui iniziati nella giornata di lunedì a Doha, secondo quanto riferito da fonti diplomatiche citate da Cnn, hanno come oggetto due dossier distinti ma strettamente collegati: da un lato le questioni relative alla libertà di navigazione e al controllo dello Stretto di Hormuz – quel passaggio strategico attraverso cui transita circa un quinto del petrolio mondiale – e dall’altro l’intero programma nucleare iraniano, con particolare attenzione allo stoccaggio e alla destinazione delle scorte di uranio arricchito.
La delegazione guidata da Ghalibaf, figura vicina alla Guida Suprema Ali Khamenei, ha ricevuto un mandato negoziale ampio ma non illimitato: è possibile discutere le modalità di ispezione e distruzione delle scorte, ma l’ipotesi di un trasferimento fuori dai confini nazionali – nei termini seccamente indicati da Trump – viene vista a Teheran come una cessione di sovranità difficile da digerire.
Le stesse fonti diplomatiche riferiscono che la trattativa è ancora nelle fasi preliminari e che non è stato raggiunto alcun accordo sulle procedure di verifica, punto su cui sia Washington sia l’Agenzia internazionale per l’energia atomica chiedono garanzie supplementari.
Le reazioni sul terreno e lo scenario militare
Mentre i diplomatici si confrontano a Doha, la situazione sul terreno rimane tesa. L’attacco del Centcom contro le imbarcazioni e il sito missilistico nel sud dell’Iran rappresenta il primo intervento militare diretto dichiarato dagli Stati Uniti dopo mesi di tensioni latenti, fatte di sabotaggi, attacchi informatici e incidenti in mare. Gli analisti militari, interpellati dalle agenzie, fanno notare che la scelta di colpire un sito per il lancio di missili e navi destinate alla posa di mine è un messaggio preciso: Washington non tollererà la minaccia alla navigazione nel Golfo Persico.
Dal canto loro, le forze armate iraniane hanno spostato alcune unità della Marina verso lo Stretto di Hormuz nelle ultime quarantotto ore, un movimento che secondo fonti anonime citate da NBC News sarebbe di natura difensiva, ma che viene letto da altri osservatori come un tentativo di alzare la posta.
L’amministrazione Trump, intanto, ha chiesto ai partner europei di sostenere le nuove sanzioni contro Teheran in caso di fallimento dei negoziati, mentre la Cina – tradizionalmente più vicina all’Iran – ha invitato «tutte le parti alla massima moderazione» senza però prendere posizione sull’ultimatum presidenziale.




