Usa e Israele, i preparativi per riprendere la guerra contro l’Iran: attacchi o missione per l’uranio
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Redazione Esteri
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Washington e Tel Aviv, stando a quanto risulta a fonti qualificate citate dal New York Times, starebbero ultimando gli “intensi preparativi” per una riapertura delle ostilità nei confronti della Repubblica islamica dell’Iran, con una finestra operativa che potrebbe aprirsi già a partire dalla prossima settimana. Due funzioneri mediorientali, che hanno parlato con il quotidiano statunitense a condizione di anonimato, hanno descritto queste manovre come le più ampie mai registrate dall’entrata in vigore della tregua mediata dal Pakistan all’inizio di aprile, lasciando intendere che la pausa nei combattimenti potrebbe rivelarsi di breve durata. Il presidente Donald Trump, che ha da poco fatto ritorno da Pechino senza essere riuscito a strappare alla Cina concessioni decisive sul fronte energetico o diplomatico — un dettaglio non secondario, visto che i mercati petroliferi avevano scommesso su una svolta più coraggiosa —, si trova ora a dover gestire una crisi che richiede scelte immediate e potenzialmente dirompenti.
Due opzioni sul tavolo: bombardamenti o commandos nel sottosuolo
Secondo la ricostruzione offerta dal giornale statunitense, e ripresa con ampio risalto dalla stampa israeliana, i vertici militari starebbero valutando scenari tra loro molto diversi per intensità e rischi. La prima opzione, quella più tradizionale, prevedrebbe una ripresa di attacchi aerei “più aggressivi” mirati a infrastrutture strategiche e obiettivi militari iraniani, nel tentativo di fiaccare la capacità di resistenza del regime dei Pasdaran. Esiste però un’altra ipotesi, molto più pericolosa e ancora avvolta nel segreto, che prevedrebbe l’impiego di unità delle forze speciali sul terreno. Questo secondo scenario, che comporterebbe un’operazione ad altissimo rischio, punterebbe a estrarre fisicamente dalle macerie dei tunnel bombardati nella zona di Isfahan l’uranio altamente arricchito che Teheran custodisce. Una missione di questo tipo, hanno spiegato i funzionari militari, non sarebbe per nulla semplice: per creare un perimetro di sicurezza intorno all’area e proteggere i commandos, servirebbero migliaia di soldati di supporto, i quali finirebbero quasi certamente per scontrarsi con le truppe regolari iraniane, con il conseguente e drammatico rischio di subire perdite umane sul campo.
La minaccia invisibile degli hacker e la guerra nei serbatoi
Mentre i generali affilano le armi in Medio Oriente, un altro fronte, più silenzioso ma altrettanto insidioso, si è aperto in territorio americano. Funzionari della sicurezza a stelle e strisce sospettano che hacker riconducibili all’Iran siano riusciti a violare i sistemi automatici che monitorano il livello del carburante all’interno dei serbatoi di stoccaggio che alimentano diverse stazioni di servizio in vari stati. Le indagini, rivelate da fonti informate alla Cnn, hanno accertato che i pirati informatici hanno sfruttato una falla banale ma gravida di conseguenze: i sistemi Atg (Automated Tank Gauging) erano esposti online e, cosa ancora più grave, non protetti da alcuna password. In alcuni casi, riferiscono gli inquirenti, i malviventi sono riusciti a manipolare le letture visibili sui display digitali dei serbatoi, anche se – almeno stando ai primi rilievi – non avrebbero alterato i livelli reali di benzina e diesel al loro interno. Si tratta di un’operazione di guerra ibrida che, pur non avendo causato danni fisici immediati, dimostra la vulnerabilità delle infrastrutture critiche americane e la volontà di Teheran di colpire il nemico anche su un piano diverso da quello missilistico.
I riverberi sul fronte interno e sulla scacchiera diplomatica
Il riavvicinamento tra la Casa Bianca e il governo di Benjamin Netanyahu arriva in un momento di particolare fibrillazione per l’amministrazione Trump, reduce dal viaggio in Cina che non ha prodotto i frutti sperati in termini di collaborazione per arginare il petrolio iraniano. Nel frattempo, l’attenzione dei servizi segreti israeliani si è spostata sulle prossime mosse del presidente, che nelle scorse ore ha dichiarato pubblicamente di non voler essere “molto più paziente” con la guida suprema di Teheran, auspicando un accordo che però appare sempre più lontano. La situazione viene monitorata con ansia anche in Europa, dove la Francia ha avviato le procedure per l’espulsione dell’attivista palestinese Ramy Shaath, accusato di costituire una grave minaccia per l’ordine pubblico a causa dei suoi legami con associazioni filo-palestinesi. E mentre la diplomazia arranca, sul fronte interno israeliano continua a farsi sentire il peso delle operazioni non ancora concluse, con il mondo che osserva timoroso l’evolversi di una partita in cui, a fare le spese del conflitto, sono anche le migliaia di civili coinvolti.




