Accordo Usa-Iran, il nodo dell’uranio arricchito divide Teheran
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Redazione Esteri
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L’accordo Usa-Iran entra in una fase decisiva mentre a Teheran cresce la cautela sul tema dell’uranio arricchito e sulle concessioni da fare a Washington. Secondo fonti americane, gli Stati Uniti avrebbero raggiunto un “accordo di principio” con la Repubblica islamica per chiudere la lunga fase di tensione nel Golfo, ma l’approvazione finale dei leader dei due Paesi potrebbe richiedere ancora giorni. Sul tavolo resta soprattutto il futuro dell’uranio altamente arricchito, considerato il punto più delicato del negoziato, mentre gli iraniani sembrano voler sfruttare tempi più lunghi rispetto alla controparte americana e i margini politici lasciati aperti da Donald Trump.
Secondo l’intelligence americana, gli scienziati iraniani sarebbero ancora in grado di gestire l’arricchimento dell’uranio a livelli che potrebbero teoricamente avvicinare il Paese alla bomba atomica. La leadership iraniana, però, sarebbe consapevole della necessità di arrivare prima o poi a un compromesso. La trattativa si muove quindi tra esigenze strategiche, pressione internazionale e tentativi di mantenere una posizione negoziale forte. In questo quadro lo Stretto resta una pedina centrale per Teheran, che continua a considerarlo uno strumento utile per trattare anche sul dossier missilistico e sugli equilibri regionali.
La proposta russa sull’uranio iraniano
Nel negoziato è entrata anche la Russia. Il Cremlino ha fatto sapere che Vladimir Putin avrebbe condiviso con Xi Jinping l’idea di conservare in territorio russo l’uranio arricchito iraniano. A riferirlo è stato il portavoce Dmitry Peskov, citato dall’agenzia Interfax. Peskov ha precisato che una soluzione del genere dovrebbe comunque essere accettata sia da Washington sia da Teheran nel caso in cui la proposta venisse realmente presa in considerazione. La possibilità di trasferire all’estero il materiale arricchito rappresenta uno dei passaggi più sensibili dell’intera trattativa, perché riguarda direttamente il programma nucleare iraniano e le garanzie richieste dagli Stati Uniti.
Il possibile smaltimento dell’uranio altamente arricchito viene indicato come uno dei punti contenuti nell’intesa preliminare discussa tra le parti. I segnali che arrivano da Teheran, però, restano prudenti. Anche all’interno dei pasdaran non mancherebbero dubbi sull’effettiva portata dell’accordo e sulle conseguenze che potrebbe avere sugli equilibri interni e regionali della Repubblica islamica. Nel frattempo i mercati hanno reagito con attenzione agli sviluppi diplomatici, con il petrolio in calo e le borse in rialzo dopo le indiscrezioni sull’avvicinamento tra Stati Uniti e Iran.
Teheran prende tempo sul negoziato con Washington
A descrivere il clima che si respira nella capitale iraniana è stato anche Mohammad Ali Abtahi, ex vicepresidente della Repubblica islamica durante la presidenza riformista di Mohammad Khatami. Intervistato da Teheran, Abtahi ha sostenuto che sia l’Iran sia gli Stati Uniti abbiano bisogno di un’intesa, pur ricordando che gli ostacoli possono emergere fino all’ultimo momento. Le sue parole mostrano come all’interno dell’establishment iraniano esista la consapevolezza della necessità di trovare un equilibrio con Washington, anche se il negoziato continua a essere accompagnato da diffidenza e da forti cautele politiche.
Abtahi ha inoltre accusato Trump e gli israeliani di aver sottovalutato la capacità di resistenza iraniana, mentre sul fronte interno ha citato anche le condizioni di Mojtaba Khamenei, indicato come ferito ma ancora in grado di guidare il Paese. Intanto Teheran sembra voler mantenere un approccio più lento rispetto agli Stati Uniti, cercando di usare il tempo e il peso strategico dello Stretto come elementi di pressione nella trattativa. La distanza maggiore resta quella sul nucleare: Washington punta a limitare definitivamente il rischio legato all’uranio arricchito, mentre l’Iran continua a muoversi con prudenza per evitare concessioni considerate eccessive.




