L'Europa dell'auto chiama Bruxelles: "Aiuti mirati per salvare l'elettrico made in Eu"

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La richiesta, formulata con toni di urgente realismo dai due amministratori delegati, punta a ottenere misure specifiche che proteggano la produzione continentale, la quale – è l’assunto – si trova a competere in condizioni di sostanziale svantaggio con i colossi stranieri, soprattutto quelli asiatici. Una posizione, quella espressa da Blume e Filosa, che trova un riscontro puntuale nelle stanze della politica regionale, come dimostra l’intervento dell’assessore regionale alla produttività della Basilicata, il quale ha ribadito come gli incentivi all’acquisto, da soli, non possano essere considerati sufficienti. “La risoluzione approvata dal Consiglio regionale”, ha dichiarato riferendosi al caso specifico del territorio, “resta la nostra ‘bussola’: l’industria automotive si trova al centro di una transizione epocale che richiede innovazione, riconversione tecnologica e investimenti”. Un quadro, questo, che l’assessore ha illustrato in sede di Tavolo ministeriale, confermando come l’appello dei due manager rispecchi una necessità avvertita a più livelli.

La sfida dei nuovi target e l'incognita delle sanzioni

Lo scenario in cui si inserisce questa sollecitazione è caratterizzato da normative europee sempre più stringenti, che trasformano l’elettrificazione del parco circolante da mero orizzonte strategico in una scadenza improrogabile, con conseguenze finanziarie immediate per chi non rispetterà i parametri. L’Unione Europea, com’è noto, ha fissato obiettivi vincolanti per la riduzione delle emissioni di CO₂, applicando un regime sanzionatorio che – stando alle previsioni – potrebbe comportare multe miliardarie per i costruttori inadempienti. Una prospettiva che non riguarda esclusivamente le autovetture, ma che si estende anche alla produzione di veicoli commerciali leggeri, settore nel quale Bruxelles ha deciso di investire parte significativa delle proprie ambizioni green. La posta in gioco, dunque, è altissima e spiega la ricerca di un coordinamento tra pubblico e privato.

Un settore strategico sotto pressione

Quello automobilistico, d’altronde, resta un comparto fondamentale per l’economia del Vecchio Continente, arrivando a rappresentare una fetta consistente del prodotto interno lordo e garantendo occupazione a milioni di persone, numeri che da soli giustificano le preoccupazioni per la tenuta della filiera. La lettera congiunta dei due CEO, in questo senso, non è che l’ultimo segnale di un allarme diffuso, che descrive l’industria come immersa nella crisi più profonda dal secondo dopoguerra a oggi, costretta a destreggiarsi tra la rivoluzione tecnologica, i costi energetici e una concorrenza globale agguerrita e spesso sostenuta da ingenti finanziamenti statali. La richiesta di regole ad hoc, quindi, si configura come un tentativo di creare un perimetro di competizione più equo, dove gli investimenti europei possano essere tutelati e valorizzati.

La partita globale e i nodi da sciogliere

La contraddizione, tuttavia, non sfugge agli osservatori più attenti: mentre si chiedono trattamenti preferenziali per le auto elettriche assemblate entro i confini comunitari, parte della produzione dei grandi gruppi – compresi quelli firmatari dell’appello – continua a essere spostata verso stabilimenti ubicati al di fuori dell’Europa, in una strategia di delocalizzazione che complica il quadro e alimenta discussioni sulla coerenza delle politiche industriali. La sfida, per Bruxelles e per i governi nazionali, sarà quindi quella di definire strumenti di sostegno che siano realmente efficaci, in grado di spingere la riconversione senza creare distorsioni di mercato o assecondare semplicemente logiche di profitto a breve termine, il tutto mentre la concorrenza asiatica avanza con modelli a prezzi competitivi. Una partita, questa, il cui esito definirà il futuro non solo di un settore, ma di intere regioni la cui fortuna economica è da decenni legata alle sorti delle quattro ruote.

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