Urso apre agli incentivi “mirati” per i commerciali, ma la svolta è nel superamento del dogma elettrico
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Redazione Economia
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Non è un’inversione a U, quanto piuttosto una manovra di aggiramento del muro normativo europeo, quella su cui il governo sta scommettendo per rianimare un settore ridotto ai minimi termini dopo il crollo verticale del 2025. Il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, intervenuto con un videomessaggio all’assemblea di Federauto – dal titolo emblematico “La parola al mercato” – ha infatti gettato le basi per una nuova piattaforma di stimoli, che però, a differenza del passato, non sembra destinata a finanziare esclusivamente le auto a batteria. La vera novità, emerge dalle sue dichiarazioni, è la volontà di dirottare le risorse verso i veicoli commerciali e quelle “categorie specifiche” che ancora non trovano una corrispondenza nell’offerta elettrica attuale, troppo costosa per il potere d’acquisto medio delle famiglie italiane.
Urso ha rivendicato il ruolo di apripista dell’Italia nel contesto europeo, ricordando come già nel novembre del 2024 Roma avesse promosso un “non paper” (poi sottoscritto da altri quattordici Stati membri) per chiedere una riforma radicale delle regole sulla transizione. E ha colto l’occasione per sottolineare un paradosso che attanaglia il mercato: se da un lato le immatricolazioni del nuovo sono precipitate, dall’altro il comparto dell’usato continua a macinare vendite. Un segnale, questo, che per il ministro dimostra come la domanda esista eccome, ma venga strozzata da un’offerta che non incontra i redditi reali delle famiglie. Tradotto in termini pratici: servono soluzioni accessibili qui e ora, non promesse green per il 2035.
La sponda di Giorgetti e la critica alla “tecnologia imposta”
A fare da contrappunto tecnico alla strategia politica di Urso è stato il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, in collegamento streaming da Milano. Il titolare del Mef ha usato toni ancora più netti nel definire “folle” l’idea di imporre una tecnologia per legge, riferendosi chiaramente al bando Ue dei motori termici, e ha chiesto a Bruxelles di consolidare e accelerare quelle piccole aperture ottenute finora grazie alla pressione italiana. L’analisi di Giorgetti, in questo caso, si spinge fino a toccare la fiscalità: ha infatti aperto alla possibilità di rivedere il regime delle auto aziendali, recependo le sollecitazioni arrivate da Federauto, a patto che gli interventi non aggravino i conti pubblici. Una posizione, la sua, che cerca di bilanciare l’urgenza industriale con la cruda realtà di una finanza pubblica che non può permettersi nuove sperperi.
Sullo sfondo di questo pressing interno, si muove però l’ombra lunga delle tensioni geopolitiche. Sia Urso che Giorgetti hanno infatti richiamato l’attenzione sugli effetti del blocco navale nello Stretto di Hormuz e sul fallimento del primo round negoziale in Pakistan. Un contesto, questo, che rischia di vanificare i timidi segnali di ripresa registrati nel primo trimestre del 2026, aggravando ulteriormente la crisi logistica e i costi delle materie prime.
Federauto: neutralità tecnologica o resa dei conti?
L’assemblea di Federauto, guidata dal presidente Massimo Artusi, non si è limitata a fare da spettatrice, ma ha presentato un vero e proprio position paper che chiede una “profonda revisione” dell’intero impianto normativo. L’obiettivo dichiarato è abbattere il dogma del calcolo delle emissioni allo scarico, proponendo invece un sistema basato sulla neutralità tecnologica. Nella pratica, come si legge nel documento, ciò significherebbe riconoscere come “zero emission” (o “low emission”) non solo i veicoli elettrici e a idrogeno, ma anche quelli alimentati da renewable fuels e biocarburanti. Una richiesta che, se accolta dalla Commissione, rappresenterebbe uno smantellamento di fatto delle regole attualmente in vigore sia per i veicoli leggeri (auto e furgoni) che per quelli pesanti, modificando radicalmente la traiettoria tracciata dal Green Deal.
Questa spinta arriva in un momento particolarmente delicato per le casse dello Stato: il calo delle immatricolazioni ha infatti prosciugato il gettito fiscale legato al settore, in un momento in cui il governo chiede a gran voce a Bruxelles la sospensione del Patto di Stabilità per far fronte all’emergenza energetica. Una richiesta, quest’ultima, che Giorgetti ha ribadito con forza, avvertendo che senza una flessibilità immediata il rischio di una recessione tecnica diventerebbe concreto.
La scommessa sui “commerciali” come test per il futuro
Se l’annuncio degli incentivi rappresenta la carota, il bastone resta impugnato contro le rigidità europee. Urso ha infatti ribadito che la proposta di revisione sugli standard di CO2 presentata dalla Commissione a dicembre non soddisfa l’Italia, poiché mantiene un impianto troppo sbilanciato verso l’elettrico. L’idea del governo, quindi, è quella di utilizzare i nuovi fondi – destinati ai veicoli commerciali – come apripista per una strategia più ampia. Se i meccanismi di mercato dimostreranno che esistono tecnologie alternative (dall’ibrido plug-in agli e-fuel) capaci di rinnovare il parco circolante a costi sostenibili, il governo avrà le prove concrete per chiedere a Bruxelles una revisione epocale del regolamento 2035.
Resta da vedere, naturalmente, se queste misure saranno sufficienti a scongiurare il tracollo di una filiera che, in Italia, vale una fetta considerevole del Prodotto Interno Lordo. Quello che è certo, al momento, è l’azzeramento della vecchia politica dei bonus a pioggia: la transizione, ci dicono dal ministero del made in Italy, dovrà essere “equilibrata”, una parola che in questo specifico contesto suona come una dichiarazione di indipendenza dalle tabelle di marcia imposte da Bruxelles.




