Yelwata, il massacro dimenticato e il grido che squarciò la notte
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
L’urlo di “Allah akbar”, l’odore del rogo e il crepitio degli spari sono i frammenti di un incubo che David Ukeyima, sopravvissuto al massacro, non riesce a scacciare dalla memoria, ricordando quella notte di giugno a Yelwata, villaggio nello Stato nigeriano di Benue, quando gli assalitori fulani hanno spezzato il sonno e le vite di molti. La sua testimonianza, raccolta dal Giornale, si staglia netta contro le narrazioni che tentano di ridurre il conflitto a una semplice, seppur violenta, disputa tra pastori e contadini per le risorse idriche, aggravate dalla siccità; una lettura che, sebbene colga un elemento di contesto, rischia di offuscare la matrice religiosa degli episodi più cruenti, quelli in cui i cristiani vengono presi di mira sistematicamente. Le fiamme che hanno divorato le case di Yelwata, del resto, illuminano una realtà più complessa e atroce, fatta di persecuzioni che procedono silenziose agli occhi del mondo, nonostante i numeri, che parlano un linguaggio spietato e inequivocabile.
I dati che smentiscono il silenzio
Se, infatti, c’è chi minimizza la portata di questa persecuzione, arrivando persino a sostenere, come riportato in alcuni articoli di stampa, che non vi sarebbero prove di un maggiore targeting dei cristiani, le statistiche internazionali dipingono un quadro diametralmente opposto e allarmante. Secondo gli ultimi rapporti, i cristiani in Nigeria correrebbero un rischio di morire violenta sei volte e mezzo superiore rispetto ai musulmani, un dato che inchioda alla realtà di una violenza settaria. Nel solo 2025, per di più, l’82% dei fedeli rapiti o uccisi in tutto il mondo si concentrava in Nigeria, a dimostrazione di come il Paese africano sia diventato l’epicentro di una strage che sembra procedere nell’indifferenza globale, un silenzio che molti, come il cardinale Angelo Bagnasco, attribuiscono a calcoli politici e a una più generale svalutazione delle radici spirituali in Occidente.
Un quadro globale di violazioni sistemiche
La tragedia nigeriana, per quanto enorme, non è purtroppo un caso isolato, ma si inserisce in un contesto mondiale di violazioni della libertà religiosa che coinvolge decine di Stati. L’ultimo rapporto di Aiuto alla Chiesa che Soffre stima che oltre 400 milioni di cristiani vivano in Paesi dove questo diritto fondamentale è gravemente calpestato, mentre quelli ad alto rischio di persecuzione superano i 220 milioni. Nell’Africa subsahariana, teatro di scontri etnici spesso strumentalizzati in chiave religiosa, si contano ogni anno migliaia di vittime, con una cifra che nel recente passato ha toccato i cinquemila morti; numeri che raccontano di una guerra a bassa intensità ma dal costo umano insopportabile, dove le comunità vengono decimate e i sopravvissuti, come David Ukeyima, portano i segni di traumi indicibili.
La difficile ricerca di verità e giustizia
In questo panorama, le inchieste giudiziarie faticano a dipanare la matassa della violenza, spesso caratterizzata da attacchi rapidi e da perpetratori difficili da identificare, complici anche le vaste e impervie aree geografiche coinvolte. Le indagini sugli episodi, come il massacro di Yelwata, procedono tra enormi ostacoli, mentre le autorità locali e internazionali si trovano a dover conciliare le esigenze di sicurezza con dinamiche sociali e politiche intricate. La testimonianza dei sopravvissuti rimane quindi un documento cruciale, spesso l’unico, per ricostruire la verità dei fatti e attribuire responsabilità, in un processo di riconoscimento e di giustizia che appare ancora lungo e irto di ostacoli, ma che non può essere eluso se si vuole dare un senso al sacrificio di tanti.




