Trent’anni senza Mia Martini, la voce che squarciò il silenzio

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Ogni sua canzone era un viaggio nell’anima, un racconto senza filtri di amori tormentati, solitudini e speranze tradite. Mia Martini, al secolo Domenica Bertè, moriva il 12 maggio 1995, lasciando un vuoto che ancora oggi, a distanza di tre decenni, sembra impossibile colmare. La sua voce, graffiante eppure capace di una dolcezza straziante, ha scritto pagine indelebili della musica italiana, nonostante le ombre di un ambiente discografico spesso crudele.

Nata a Bagnara Calabra nel 1947, Mimì – come la chiamavano in famiglia – visse un’esistenza segnata da passioni intense e delusioni profonde, tra cui il rapporto complesso con la sorella Loredana, altra icona della canzone. Fu proprio la musica a salvarla, almeno in parte, dalle dicerie che la perseguitarono: voci infondate, costruite ad arte per emarginarla, come quelle su una presunta "maledizione" legata alle sue esibizioni. Mina, che di voci se ne intendeva, la definì senza esitazione «la più grande che abbiamo in Italia». Eppure, il riconoscimento arrivò spesso in ritardo, quando non le fu negato del tutto.

Tra i tanti che ancora la ricordano c’è Mario Longo, ex carabiniere di Creazzo, la cui collezione di memorabilia dedicata all’artista è diventata quasi una missione. Fu nel 1972, ascoltando "Piccolo uomo", che Longo rimase folgorato da quella voce. «Era come se cantasse solo per me», ha raccontato più volte, trasformando la sua casa in un santuario laico di dischi, foto e cimeli.

Biagio Antonacci, invece, conserva il ricordo di un incontro avvenuto nell’inverno del 1991, quando Mia lo chiamò per chiedergli un brano. «Era una donna straordinaria», ha scritto sui social, accompagnando le parole con una foto che li ritrae insieme. Quell’anno Antonacci aveva appena pubblicato "Adagio Biagio", ma per lui fu un onore essere scelto da un’artista che considerava un mito.

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