Trent’anni senza Mia Martini, la voce che sfidò la malasorte
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Il 12 maggio 1995, in una stanza d’albergo a Cardano al Campo, Mimì Bertè, in arte Mia Martini, si spegneva a soli 53 anni, lasciando un vuoto che la musica italiana non ha mai davvero colmato. La sua morte, avvolta in un’aura di mistero e dolore, riaffiora oggi con la stessa intensità di allora, mentre il mondo dello spettacolo la ricorda non solo per il timbro inconfondibile, ma anche per le battaglie contro i pregiudizi che ne segnarono la carriera.
Quella di Mia Martini fu un’esistenza divisa tra trionfi e incomprensioni, tra l’ebbrezza del successo e l’amarezza di un’industria discografica che, per anni, la relegò ai margini con l’etichetta superstiziosa di “portatrice di jella”. Un cliché alimentato da voci insistenti, eppure incapace di offuscare la potenza di brani come Piccolo uomo o Almeno tu nell’universo, che rimangono colonne sonore di un’epoca. La sua voce, capace di passare dal fragile sussurro all’urlo lacerante, sfidava convenzioni e classifiche, mentre lei, da artista anticonformista, rifiutava compromessi.
A trent’anni dalla scomparsa, il progetto Tarab – termine arabo che evoca l’estasi musicale – ne celebra l’eredità, riportando in luce quella capacità di trascinare l’ascoltatore “altrove”, come sottolinea il comunicato ufficiale. Un omaggio che suona quasi come una rivalsa postuma per un’artista troppo spesso sottovalutata in vita.
Il legame con la sorella Loredana Bertè, anch’essa icona della musica, aggiunge un tassello alla sua storia: un rapporto complesso, fatto di affetto e rivalità, ma sempre segnato da un’ammirazione reciproca. Quanto all’esordio, risale al 1963, quando la giovanissima Mimì incise il primo 45 giri, Il magone, vincendo poi il Festival di Bellaria. Era l’inizio di un percorso irto di ostacoli, che non le impedì di regalare capolavori immortali.




