Trent’anni senza Mia Martini, la voce che sfidò il cielo
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Quel 12 maggio 1995, quando i vigili del fuoco varcarono la porta dell’appartamento di Cardano al Campo, trovarono una scena che ancora oggi, a distanza di tre decenni, resta sospesa tra il racconto privato e il mito. Domenica Berté, per tutti Mia Martini, giaceva sul letto in pigiama, il walkman ancora acceso nelle orecchie, la mano tesa verso il telefono come in un’ultima, silenziosa richiesta d’aiuto. La sua morte, avvolta in circostanze mai del tutto chiarite, ha consegnato alla storia non solo un’artista, ma un simbolo di fragilità e forza, di malinconia e ribellione.
Nata a Bagnara Calabra nel 1947, seconda di quattro sorelle, Mimì – come la chiamavano in famiglia – aveva trasformato il dolore in musica, regalando alla canzone italiana brani che sono ferite aperte e al tempo stesso carezze. Io donna io persona, scritta nel 1972, non era solo un testo: era un manifesto, una dichiarazione di esistenza che rifiutava ogni riduzione a oggetto. «Avvilita come un oggetto, come bambola da letto», cantava, ma quella voce roca, capace di passare dal sussurro all’urlo in un istante, era tutto tranne che rassegnata.
A Sanremo, dove partecipò cinque volte, lasciò il segno con performance indimenticabili. Nel 1982, E non finisce mica il cielo le valse il Premio della Critica e il Microfono d’argento, mentre nel 1989 Almeno tu nell’universo – forse il suo capolavoro – conquistò non solo la giuria, ma anche la Targa Tenco e un Telegatto. Quella canzone, un dialogo con l’infinito, era l’emblema di un’artista che cercava risposte oltre il palcoscenico. L’ultima apparizione sul palco ariston risale al 1993, accanto alla sorella Loredana Bertè, con Stiamo come stiamo: un titolo che sembrava già racchiudere un destino.
Proprio oggi, nel trentesimo anniversario della scomparsa, esce Tarab, raccolta di inediti e riletture di brani già noti, curata da Maurizio Piccoli. Tra le tracce, spicca il provino originale de Il fiume dei profumi, scritto per lei da Biagio Antonacci. Il titolo dell’album non è casuale: “tarab”, dall’arabo tarabi, evoca l’ebbrezza della musica, quel tremore che Mimì sapeva trasmettere come nessun’altra.




