Tutti gli uomini del presidente a cinquant’anni dal caso Watergate: il giornalismo che sfidò il potere

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Era la sera dell’8 agosto 1974 quando Richard Nixon, di fronte alle telecamere, comunicò agli americani la decisione di rassegnare le dimissioni, un atto dovuto per sottrarsi a un impeachment ormai inevitabile dopo lo scandalo che aveva preso il nome dal complesso edilizio del Watergate. La mattina seguente, con l’entrata in vigore del provvedimento e la contestuale ascesa di Gerald Ford alla Casa Bianca, si chiudeva un capitolo fin lì inedito nella storia istituzionale degli Stati Uniti. Quel momento drammatico – il primo e unico caso di dimissioni presidenziali – costituisce il punto d’arrivo dell’inchiesta giornalistica che il film di Alan J. Pakula, uscito il 9 aprile del 1976, ha immortalato sullo schermo, trasformando due cronisti del Washington Post, Bob Woodward e Carl Bernstein, in icone della controinformazione.

Il mestiere raccontato senza retorica (ma con una buona dose di mistero)

La pellicola, interpretata da Robert Redford e Dustin Hoffman, si concentra sui primi sette mesi del caso, da quello scasso nella sede del Partito Democratico alla seconda insediamento di Nixon, evitando la tentazione del melodramma per abbracciare un rigore quasi documentaristico. È in questo contesto che fa la sua comparsa “Gola Profonda”, la fonte anonima che, in incontri clandestini in un parcheggio sotterraneo, fornisce ai due reporter la bussola per orientarsi nel labirinto di depistaggi. Solo trent’anni dopo si sarebbe saputo che a parlare nell’ombra era Mark Felt, all’epoca il numero due dell’Fbi: un uomo dei servizi segreti, non un idealista puro, la cui scelta di collaborare fu probabilmente influenzata anche dal risentimento per non essere stato promosso alla direzione dell’agenzia dopo la morte di J. Edgar Hoover.

La dimensione oscura del potere e i limiti della versione ufficiale

A distanza di mezzo secolo, la narrazione eroica di quei due giovani redattori che “mandarono a casa il Presidente” merita però una rilettura più sfumata. Se è vero che Woodward e Bernstein scardinarono il muro di omertà collegando i fondi dello spionaggio politico al comitato per la rielezione di Nixon, è altrettanto vero che il crollo finale del presidente fu causato da un ingranaggio istituzionale più ampio: le indagini del Congresso, l’azione del procuratore speciale e, in ultima analisi, le registrazioni audio della Casa Bianca, la cui consegna fu imposta dalla Corte Suprema. Insomma, il giornalismo da solo non bastò a far cadere un capo di Stato, e persino gli stessi protagonisti hanno più volte ridimensionato il mito del “giornalista eroe” costruito attorno alle loro figure, sottolineando come il sistema dei pesi e contrappesi abbia giocato il ruolo decisivo.

Un’eredità complessa tra nostalgia di un’epoca e sfide attuali

Rivedere oggi Tutti gli uomini del presidente suscita inevitabilmente un senso di nostalgia per un tempo in cui l’informazione, almeno nell’immaginario collettivo, agiva ancora come un cane da guardia libero dalle grinfie del potere. A cinquant’anni dall’uscita della pellicola – e dallo scandalo che l’ha ispirata – quel modello di giornalismo basato sulla lentezza, sulle verifiche incrociate e sul coraggio di sfidare le fonti ufficiali appare sempre più in controtendenza rispetto a un ecosistema mediatico frammentato e polarizzato. Pakula, senza bisogno di enfasi retoriche, ha lasciato agli spettatori l’eredità di un metodo: la verità, quando è scomoda, richiede tempo e ostinazione, qualità che non invecchiano mai.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.