Mediaset a Fabrizio Corona: "La libertà di parola non è gogna mediatica"
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Il gruppo televisivo Mediaset ha replicato con un netto comunicato alle nuove pubblicazioni di Fabrizio Corona, il quale, dopo lo stop preventivo del tribunale di Milano alla diffusione di contenuti ritenuti diffamatori nei confronti di Alfonso Signorini, ha dirottato il focus della sua trasmissione "Falsissimo" verso la stessa azienda e la famiglia che la controlla. La nota, perentoria, specifica come la libertà di espressione non possa essere confusa, in alcun caso, con la libertà di diffamare, di instaurare una gogna mediatica o di procedere a quella che viene definita una "sistematica distruzione delle persone". Pur senza menzionare esplicitamente l’ex agente fotografico, la società respinge con forza un metodo che ritiene costruito su falsità, insinuazioni e accuse del tutto prive di fondamento, elementi – si legge – estranei sia al giornalismo sia al legittimo diritto di cronaca.
Il provvedimento del tribunale e il cambio di target
La querelle giudiziaria, che ha avuto il suo episodio più recente con l'ordinanza del tribunale di Milano, nasce da contenuti che Corona intendeva diffondere sul conduttore televisivo Signorini, il cui fratello è attualmente coinvolto in indagini per reati di natura sessuale ed estorsiva. Il giudice, accogliendo la richiesta cautelare, ha bloccato la pubblicazione di materiali considerati diffamatori, un intervento che – sebbene giuridicamente corretto secondo alcuni osservatori – solleva interrogativi non marginali. Ruben Ruzzante, professore di diritto, ha infatti osservato come, al di là della correttezza formale del provvedimento, le sue conseguenze possano spingere verso il perimetro della censura preventiva, un terreno che desta preoccupazione per le sue implicazioni sui principi costituzionali.
La reazione dell’azienda e le accuse di metodo
La risposta del gruppo mediatico, arrivata a valle della diffusione sulla piattaforma Youtube della cosiddetta "parte finale" della puntata ventuno del programma, intitolata "Il prezzo del successo", segna un'escalation nel confronto. Corona, di fatto, ha spostato il mirino dall'analisi del "sistema Signorini" alla struttura proprietaria e gestionale di Mediaset stessa, innescando una replica durissima da parte dell'azienda. Quest'ultima, nel prendere le distanze da quanto propagandato, ha sottolineato come il proprio impegno informativo nulla abbia a che vedere con pratiche basate sull'accusa gratuita e sulla costruzione di narrazioni lesive della dignità individuale, difendendo un perimetro etico e deontologico che considera invalicabile.
Il dibattito sul confine tra diritto di critica e abuso
La vicenda, al di là dei suoi protagonisti, ripropone una questione annosa e di grande delicatezza nel panorama dell’informazione, ovvero la definizione del limite tra il diritto di critica, anche feroce, e lo scivolamento nell'abuso diffamatorio. Da una parte si colloca la posizione di chi, come Mediaset, invoca protezione contro attacchi reputazionali ritenuti ingiustificati e distruttivi; dall'altra, permangono le perplessità di chi teme che strumenti giudiziari come le ordinanze preventive possano, in determinate circostanze, comprimere illegittimamente lo spazio del confronto pubblico, per quanto aspro e controverso esso possa essere. Il caso, che continua a svilupparsi attraverso comunicati e contenuti digitali, rimette al centro la necessità di un bilanciamento costante, sempre complesso e mai definitivo, tra tutele contrapposte ma ugualmente fondamentali in uno stato di diritto.




