Il cuore, il tempo e la macchina: così la tecnologia cambia il trasporto degli organi

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Redazione Salute Redazione Salute   -   La notizia del cuore “bruciato” durante il trasporto, un caso che ha scosso l’opinione pubblica per la tragica sorte del piccolo ricevente, ha riportato l’attenzione su un anello debole eppure cruciale della catena trapiantologica: la logistica. Perché un organo, una volta prelevato, non è semplicemente “un pezzo di ricambio” da infilare in una borsa frigo e spedire. È una struttura biologica viva, seppur in uno stato di sospensione metabolica, e il suo viaggio dal donatore al ricevente è una corsa contro il tempo regolata da protocolli rigidissimi, che oggi, grazie all’innovazione tecnologica, stanno cambiando volto.

La procedura standard, quella che fino a ieri rappresentava l’unica strada percorribile e che è regolata a livello nazionale da accordi Stato-Regioni, si basa su un principio semplice ma efficace: la conservazione in ischemia fredda. Dopo il prelievo, l’organo – che sia un cuore, un fegato o un rene – viene immerso in una soluzione conservante e riposto in un primo contenitore, detto primario, che deve essere sterile e garantire almeno due barriere di protezione. Questo contenitore viene poi inserito in un secondo contenitore, isotermico e certificato, riempito con ghiaccio tradizionale in scaglie, quello che comunemente si usa per il pesce, e non deve assolutamente essere confuso con il ghiaccio secco, la cui temperatura, che può toccare i -80 gradi, risulterebbe letale per i tessuti. La temperatura, monitorata costantemente, deve mantenersi tra 1 e 6 gradi, un range che permette di rallentare il metabolismo cellulare e preservare l’organo in attesa del trapianto. Un gioco di squadra, come lo definisce Gino Gerosa, direttore della cardiochirurgia di Padova, che richiede una coordinazione perfetta: dal momento del prelievo, alla scelta del mezzo di trasporto – ambulanza, elicottero, volo di linea o persino voli di Stato con l’Aeronautica Militare – fino all’arrivo in sala operatoria, dove i sigilli del contenitore vengono verificati prima di procedere all’impianto. Una catena di eventi in cui ogni minuto è prezioso, specialmente per il cuore, che sopporta un tempo di ischemia, ovvero di assenza di circolazione, non superiore alle cinque ore.

La rivoluzione dei “cuori in una scatola”

Ma è proprio su questo fronte, quello della corsa contro il tempo, che la medicina sta compiendo un salto di paradigma. Non più solo ghiaccio e attesa passiva, ma macchine progettate per ingannare l’orologio e mantenere l’organo in uno stato il più possibile vicino a quello fisiologico. Si chiamano sistemi di perfusione ex-vivo, e il più noto è l’Organ Care System (OCS), soprannominato “il cuore in una scatola” -9. Si tratta di dispositivi portatili, grandi quanto un piccolo carrello, che vengono collegati all’organo prelevato e lo mantengono in vita pompando sangue caldo, ossigenato e ricco di nutrienti attraverso le sue arterie. In pratica, il cuore continua a battere, anche fuori dal, e i chirurghi possono monitorarne in tempo reale parametri vitali come la pressione, il flusso coronarico e i livelli di lattato, valutandone la funzionalità prima ancora di impiantarlo -9.

Questa tecnologia, già utilizzata in centri come Udine, Padova, Milano e Bologna, offre vantaggi enormi. Innanzitutto, allunga la finestra temporale a disposizione, consentendo di trasportare organi su distanze maggiori e di organizzare interventi complessi con maggiore serenità -1. Ma non solo: permette di recuperare e utilizzare cuori provenienti da donatori cosiddetti “marginali”, come quelli anziani o con patologie, che con la tecnica a freddo sarebbero stati scartati, perché il sistema OCS ne verifica e, in alcuni casi, ne migliora la performance. È un po’ come se, invece di spegnere il motore di una macchina e sperare che riparta, la si tenesse al minimo, pronta a dare gas in qualsiasi momento.

Droni, app e logistica integrata: la nuova frontiera del trasporto

L’innovazione, però, non si ferma alla sola conservazione. Riguarda anche il modo in cui gli organi si spostano da un punto all’altro del Paese. L’accordo nazionale del 2025, pubblicato in Gazzetta Ufficiale, ha introdotto un testo unico che aggiorna le norme per la logistica, puntando su tracciabilità in tempo reale, gestione informatizzata dei dati e integrazione con la rete dell’emergenza-urgenza -6. I contenitori, un tempo semplici frigoriferi portatili, sono oggi dei veri e propri “gusci smart”, dotati di sensori che comunicano via bluetooth con le app dell’équipe, segnalano parametri come temperatura e umidità e consentono la geolocalizzazione dell’organo in ogni istante del viaggio. Un salto in avanti epocale rispetto ai metodi del passato.

E mentre la normativa si adegua, la sperimentazione guarda già al futuro. A Torino, ad esempio, è partito il progetto Indoor, che punta a utilizzare droni – tecnicamente Aeromobili a Pilotaggio Remoto – per il trasferimento di organi e campioni biologici tra gli ospedali della città -4. L’obiettivo è superare i limiti del traffico e ridurre i tempi di percorrenza, rendendo la logistica ancora più rapida ed efficiente. Parallelamente, iniziative private come quella di TransMedics, che ha scelto l’Italia come primo paese europeo in cui investire, stanno portando nel nostro Paese flotte di veicoli attrezzati con tecnologia OCS, creando hub logistici a Milano, Padova, Roma e Bari per coprire l’intero territorio nazionale con un servizio di consegna “on demand” -8. Una commistione tra pubblico e privato che mira a innalzare gli standard e a ridurre al minimo gli sprechi di organi, una risorsa troppo preziosa per essere sprecata per un ritardo o un errore umano.

Padova e l’eccellenza italiana nel segno dell’innovazione

In questo panorama di innovazione e sperimentazione, la cardiochirurgia italiana, e in particolare quella dell’Azienda Ospedale-Università di Padova, si conferma un’eccellenza riconosciuta a livello mondiale. L’équipe guidata da Gino Gerosa, che già nel 1985 aveva visto il professor Gallucci eseguire il primo trapianto di cuore in Italia, continua a collezionare primati. Dopo il primo trapianto in Italia da donatore a cuore fermo nel 2023, che ha permesso di aumentare del 30% il numero di organi disponibili, a fine 2024 è arrivato il primo trapianto al mondo con cuore “totalmente battente” -3-7.

Un intervento che ha portato alle estreme conseguenze la filosofia dei sistemi di perfusione: il cuore, prelevato dal donatore, non è mai stato fermato, né raffreddato, ma ha continuato a battere per tutto il tempo, dal prelievo all’impianto, perfuso con sangue ossigenato. “Sulla scia delle esperienze del professore Joseph Woo – ha spiegato Gerosa – abbiamo scelto quindi di continuare a far battere il cuore che avevamo prelevato, facendolo continuare a battere senza danni da ischemia da perfusione” -7. Una tecnica che, proteggendo al meglio l’organo dallo stress dell’ischemia, potrebbe tradursi in una migliore funzionalità dell’organo trapiantato e in una maggiore sopravvivenza a lungo termine per il paziente. Una rivoluzione silenziosa, quella della trapiantologia, che si gioca nei dettagli della tecnica e nella capacità di fare squadra, per trasformare un gesto di generosità in una nuova opportunità di vita.

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