Piano casa, multe e tempi ridotti per gli sgomberi: la ricetta del governo per i proprietari

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La premier Giorgia Meloni, lo scorso giovedì nel corso di una conferenza stampa che ha segnato l’inizio ufficiale dell’iter, ha presentato il cosiddetto «Piano casa»: un pacchetto di misure – la cui prima gamba, quella più immediatamente percepibile per chi possiede un immobile locato – punta a rendere più celere la liberazione degli alloggi occupati da inquilini morosi o con contratto scaduto. Si parla di multe più consistenti, di una riduzione dei tempi processuali e, soprattutto, di un nuovo strumento giuridico: l’ingiunzione di rilascio per finita locazione. Un meccanismo che, stando a quanto si legge nella bozza ancora in fase di limatura, intenderebbe «a fronteggiare la generalizzata condizione di difficoltà economica in cui molti proprietari di immobili versano», una frase che rivela la prospettiva dalla quale l’esecutivo ha scelto di affrontare il nodo delle locazioni.

La scissione del ddl e la logica della «celere liberazione»

Inizialmente concepito come parte integrante di un decreto complessivo più ampio, il provvedimento sugli sgomberi – ne dà conferma la bozza del disegno di legge approvato dal consiglio dei ministri la scorsa settimana – è stato successivamente srato per divenire un corpo normativo autonomo. Una scelta, quella della separazione, che ne evidenzia la priorità politica. La ratio del nuovo procedimento è dichiaratamente interventista: si vuole incidere su un sistema giudiziario ritenuto, dalla maggioranza, troppo lento e inefficiente; un sistema che, nelle more dell’attesa di una convalida di sfratto o di un ordine di rilascio, finirebbe per aggravare le difficoltà economiche dei proprietari. L’ingiunzione di rilascio, cuore pulsante della riforma, taglierebbe passaggi intermedi permettendo al locatore di ottenere un titolo esecutivo senza dover attendere i tempi, spesso biblici, di un’ordinanza di sfratto tradizionale.

L’eredità del piano Ina-Casa e il contesto attuale

Per comprendere la portata del nuovo intervento, qualcuno – tra i commentatori più attenti – ha già rispolverato la memoria storica del piano Ina-Casa, quel grande investimento pubblico sull’edilizia residenziale che, dal 1949 al 1963, assicurò la costruzione di 350mila vani (circa 170mila alloggi popolari) in tutta Italia. Amintore Fanfani, che lo firmò da ministro del Lavoro, aveva allora compreso che a un Paese uscito dalle macerie di una guerra servissero anzitutto coesione sociale e un tetto. Oggi la prospettiva si è invertita: non si costruisce più pubblico, ma si cerca di liberare il privato da chi non paga. Nel testo della bozza, infatti, non c’è alcuna previsione analoga al piano Fanfani; si parla invece di tempi certi per lo sgombero, di sanzioni accelerate e di un’idea di casa intesa come bene da tutelare prioritariamente nella sfera patrimoniale di chi la possiede.

Le procedure in arrivo: dalla segnalazione alle sanzioni

Sul versante tecnico, oltre all’ingiunzione di rilascio, il provvedimento agisce su due fronti laterali ma non secondari. Da un lato, viene potenziata la segnalazione certificata di inizio attività per le ristrutturazioni – una semplificazione burocratica che però, nel caso in cui l’immobile sia occupato, rischia di generare cortocircuiti applicativi. Dall’altro, si introducono multe più pesanti per chi si oppone senza titolo all’esecuzione dello sgombero, con l’obiettivo dichiarato di disincentivare le resistenze passive. La combinazione di questi strumenti – tempi ridotti, sanzioni pecuniarie e un nuovo rito giudiziario – disegna un intervento che, secondo l’esecutivo, dovrebbe restituire liquidità a un mercato delle locazioni oggi intasato da decine di migliaia di cause. Nessuna norma, nella bozza attuale, fa però riferimento a possibili misure compensative per gli inquilini in effettivo stato di bisogno, lasciando così la partita interamente affidata all’equilibrio tra un’ingiunzione rapida e la sua successiva esecuzione materiale.

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