Il Polesine perde terreno sul lavoro, l'artigianato punta sulla scuola
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Redazione Economia
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Mentre il quadro regionale, nonostante un lieve calo generale, mantiene una sua solidità, il territorio polesano si conferma un'area critica, l'unica in Veneto a registrare un saldo occupazionale negativo. Dopo un 2024 che aveva fatto ben sperare, con un incremento della domanda di lavoro, il 2025 ha infatti segnato una brusca inversione di tendenza, facendo perdere al comparto ben 484 posizioni. I numeri delle assunzioni nel settore privato dipendente, che includono contratti a tempo indeterminato, determinato e di apprendistato, parlano chiaro: le 29.081 attivazioni dell'anno scorso sono inferiori non solo a quelle del 2024, ferme a 30.633, ma persino a quelle del 2023, quando se ne contarono 30.064. Un dato che, isolato nel contesto regionale, delinea le difficoltà di un'economia locale che fatica a tenere il passo con il resto del Veneto.
Il quadro regionale e l'appello degli artigiani
A livello complessivo, il Veneto nel 2025 ha visto 617.427 assunzioni, con una flessione dell'1% che ha colpito soprattutto le lavoratrici, i cittadini italiani e la fascia d'età centrale, quella tra i 30 e i 54 anni. Dinamiche, queste, in parte compensate dalla crescente domanda di forza lavoro over 55. È in questo scenario, e con le iscrizioni per il prossimo ciclo scolastico già aperte, che si inserisce con forza la voce di Confartigianato. L'associazione, partendo dalla stima che entro febbraio serviranno oltre undicimila nuove risorse, per lo più tecniche e operative, rivolge un appello mirato a studenti e famiglie della Marca Trevigiana, ma il cui significato vale per un'area più ampia.
La necessità di un cambio di rotta nelle scelte formative
“L'istruzione tecnica e professionale non è una scelta di serie B”, sottolinea il presidente Armando Sartori, evidenziando come essa rappresenti invece “una concreta opportunità di lavoro e di futuro”. L'allarme nasce da un evidente disallineamento tra ciò che cercano le imprese, sempre più alla ricerca di professionalità specializzate, e l'indirizzo che molti giovani scelgono per il proprio percorso di studi. Una discrepanza che rischia di lasciare scoperti, da un lato, posti di lavoro fondamentali per il sistema produttivo e, dall'altro, di privare i ragazzi di sbocchi occupazionali certi e qualificati.
Un bisogno concreto di figure specializzate
La richiesta del mercato, del resto, è molto precisa: il 27,8% riguarda professionisti con elevata specializzazione e tecnici, mentre la parte preponderante, il 72,2%, è rivolta a operai specializzati e conduttori di impianti e macchinari. Sono proprio queste le figure che le imprese artigiane e manifatturiere faticano a reperire, un problema che mina la capacità competitiva e di innovazione. L'invito a orientarsi verso gli istituti tecnici e professionali suona dunque come una strategia per colmare un gap pericoloso, tentando di ricucire lo strappo tra scuola e mondo del lavoro, in un momento in cui certe province, come dimostra il caso del Polesine, non possono permettersi ulteriori passi falsi.




