Cop29, il fallimento di un accordo climatico

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La Cop29 di Baku, in Azerbaigian, si è conclusa senza un accordo significativo, nonostante i negoziati serrati che si sono protratti oltre la scadenza prevista. La conferenza, che avrebbe dovuto terminare venerdì 22 novembre, ha visto i Paesi sviluppati impegnarsi a fornire 300 miliardi di dollari all'anno entro il 2035, una cifra ritenuta insufficiente dai Paesi in via di sviluppo. Questi ultimi, infatti, hanno definito la proposta un "sputo in faccia", evidenziando la disparità tra le necessità finanziarie per affrontare la crisi climatica e le risorse effettivamente stanziate.

Gli autori del Terzo rapporto del gruppo di esperti indipendenti sulla finanza climatica, Amar Bhattacharya, Vera Songwe e Nicholas Stern, avevano stabilito che l'NCQG (New Collective Quantified Goal) avrebbe dovuto impegnare i Paesi sviluppati a fornire almeno 300 miliardi di dollari all'anno entro il 2030 e 390 miliardi di dollari all'anno entro il 2035. Tuttavia, le negoziazioni si sono arenate di fronte alla resistenza di alcuni Paesi, tra cui l'Arabia Saudita, che ha mantenuto una posizione rigida sui combustibili fossili, e altri petro-Stati che hanno agito dietro le quinte per ostacolare un accordo più ambizioso.

La situazione è ulteriormente complicata dalla crescente tensione tra i Paesi meno sviluppati, che insistono per avere una voce più forte nei finanziamenti, e le nazioni industrializzate, che cercano di bilanciare le proprie responsabilità climatiche con le pressioni economiche interne. La bozza di compromesso, raggiunta dopo una notte di negoziati, non è riuscita a superare i 300 miliardi di dollari all'anno, una cifra che, sebbene superiore di 50 miliardi rispetto alla proposta iniziale, è stata giudicata largamente insufficiente.

Jacopo Bencini, esperto di conflitti legati al riscaldamento globale, ha sottolineato come il mondo sia paralizzato da una sorta di negazione di fronte ai sempre più numerosi conflitti climatici.

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