Israele, la prigione sotterranea di Netanyahu dove i palestinesi non vedono mai la luce

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Decine di palestinesi provenienti dalla Striscia di Gaza sono detenuti in una struttura carceraria israeliana interamente sotterranea, dove, secondo le ricostruzioni di avvocati e gruppi per i diritti umani, sono sottoposti a condizioni che negano i fondamentali principi di umanità. I detenuti, alcuni dei quali non hanno mai ricevuto un'accusa formale, vivono in un perenne isolamento, privati della luce solare, di un'alimentazione sufficiente e di qualsiasi contatto con le proprie famiglie o con l'esterno. Tra coloro che si troverebbero in questa situazione, vengono menzionati un infermiere, arrestato mentre era al lavoro, e un giovane che vendeva generi alimentari, entrambi civili la cui detenzione prosegue senza che siano state formulate imputazioni specifiche contro di loro.

Le denunce delle organizzazioni

Il Comitato pubblico contro la tortura in Israele, i cui legali hanno potuto accedere a frammentarie informazioni, parla di "violazioni senza precedenti" che avrebbero colpito migliaia di prigionieri palestinesi in seguito a un recente accordo di scambio. Dichiarazioni che trovano un preciso riscontro in quelle rilasciate dal Centro Palestinese per la Difesa dei Prigionieri, il quale ha accusato le autorità israeliane di aver messo in atto una sequenza di gravi abusi, descrivendo le misure come un ritorno a pratiche punitive collettive che ricordano quelle impiegate negli anni settanta. L'organizzazione, in una sua nota, ha affermato che le condizioni in diversi penitenziari sono notevolmente peggiorate, citando un'escalation di violazioni e azioni di ritorsione che sarebbero supervisionate direttamente da alti funzionari del Servizio Penitenziario Israeliano.

L'inferno di Rakefet

Sebbene l'esistenza di centri di detenzione segreti non fosse un mistero, un reportage ha rivelato che almeno uno di questi, il carcere sotterraneo di Rakefet, è tuttora operativo. La struttura, il cui nome ebraico significa "fiore di ciclamino", era stata inaugurata nei primi anni ottanta per essere poi chiusa poco dopo; stando a quanto emerso, essa ospiterebbe oggi numerosi detenuti in condizioni disumane. L'intero complesso, costruito nel sottosuolo, impedisce a chi vi è rinchiuso di vedere la luce del giorno, in un ambiente dove, oltre alla privazione sensoriale, si sommano torture, molestie e una disperazione che diventa l'unica compagna di cella.

Un sistema di punizione

Quello che emerge dalle varie denunce è il quadro di un sistema che, andando oltre la custodia cautelare, si configura come una forma di punizione estrema. La mancanza d'aria, l'assenza di cibo adeguato e il divieto assoluto di comunicazione con il mondo esterno delineano una realtà carceraria che sembra voler annullare l'individuo nella sua essenza più basilare. In questo luogo, battezzato con un nome paradossale che evoca la delicatezza di un fiore, si consuma una quotidianità fatta di buio e di isolamento, dove persino gli elementi più semplici, come il nutrimento e la percezione del trascorrere del tempo, diventano strumenti di una detenzione che oltrepassa i confini della legalità internazionale.

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