Pietracatella, la conferma della ricina e il cellulare di Alice: si cercano le tracce del veleno nei giorni di Natale
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Redazione Interno
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L’ombra della ricina si allunga ancora sul giallo di Pietracatella, quel piccolo centro molisano dove, tra la vigilia e Santo Stefano, si è consumata una tragedia familiare destinata a rimanere impressa negli annali della cronaca nera. La Procura di Larino, guidata dalla procuratrice Elvira Antonelli, ha rotto un silenzio durato mesi per ufficializzare ciò che ormai era solo un sospetto: Sara Di Vita, quindici anni, e la madre Antonella Di Ielsi, cinquanta, sono morte per una "grave intossicazione acuta da ricina". A dirlo, chiaro e tondo, è il rapporto del centro antiveleni dell’Istituto Maugeri di Pavia, diretto dal professor Carlo Locatelli, che ha trovato tracce della tossina nei campioni biologici prelevati dalle vittime, sia prima che dopo il decesso nel caso della madre, solo post mortem per la figlia.
Se l’eziologia del decesso è finalmente accertata, resta invece avvolta nel mistero la dinamica: come è finito quel veleno nel delle due donne? A seguire il filo, gli investigatori si trovano davanti a un bivio giudiziario rappresentato da due fascicoli distinti. Da un lato, c’è l’inchiesta per omicidio colposo che vede indagati cinque medici dell’ospedale Cardarelli di Campobasso, accusati – almeno in questa fase – di aver sottovalutato i sintomi di quella che sembrava una banale gastroenterite, dimettendo le pazienti più volte prima del definitivo aggravamento. Dall’altro, il fronte più oscuro: un fascicolo per duplice omicidio volontario e premeditato, al momento contro ignoti, che non esclude affatto la pista dolosa.
Il rebus del sangue del padre e l’assenza della figlia maggiore
Forse l’elemento più inquietante dell’intera vicenda riguarda Gianni Di Vita, il marito e padre sopravvissuto. La Procura di Larino ammette che gli esami tossicologici eseguiti sull’uomo sono risultati negativi alla ricina. Tuttavia, e qui sta il punto cruciale dell’analisi tecnica, i consulenti non escludono che l’uomo possa comunque aver ingerito la sostanza. La negatività, spiegano, potrebbe essere semplicemente dovuta alla “degradazione in ragione del tempo intercorso” tra l’assunzione e il prelievo del sangue. Una possibilità, quest’ultima, che tiene vive tutte le ipotesi investigative, senza però fornire indizi concreti su un movente.
A complicare ulteriormente il quadro, si aggiunge ora l’acquisizione del telefono cellulare di Alice Di Vita, la primogenita diciannovenne della famiglia. Alice, è bene ricordarlo, quella fatidica sera del 23 dicembre non era seduta a tavola con i genitori e la sorella minore: era uscita a mangiare una pizza con amici. Il suo dispositivo, un iPhone sequestrato su ordine della procura il 13 aprile, sarà sottoposto ad accertamenti tecnici irripetibili il prossimo 28 aprile. Cosa cercano i magistrati? Nel mirino non ci sono solo le chat intercorse con la madre, il padre e la sorella nei giorni precedenti l’agonia, ma anche la cronologia della navigazione su Internet e, dettaglio macabro ma rivelatore, le “note” del telefono.
L’elenco dei pasti e la difesa: «Nemmeno il Mossad»
Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti e ripreso dalla trasmissione “Chi l’ha visto?”, all’interno dello smartphone di Alice sarebbe custodito un vero e proprio diario alimentare: una nota che elenca minuziosamente i pasti consumati dalla famiglia tra il 22 e il 25 dicembre. Per la procura di Larino, quegli appunti – che la ragazza potrebbe aver stilato per aiutare i medici a capire l’origine di una presunta intossicazione alimentare – rappresentano un documento centrale per ricostruire l’ultimo pasto delle vittime e capire dove sia finita la ricina.
Difesa e famiglia, intanto, respingono al mittente ogni possibile sospetto. Il nuovo legale della famiglia, l’avvocato Vittorino Facciolla, che ha preso il posto del precedente difensore Arturo Messere, si è detto “tranquillo” e ha voluto sottolineare l’assoluta estraneità della giovane. Con una frase che ha fatto il giro delle agenzie, Facciolla ha dichiarato: “Io stento a pensare che una ragazzina di 19 anni possa essere coinvolta in una cosa che neanche il Mossad era in grado di poter gestire”. Una dichiarazione forte che, però, non ferma gli accertamenti materiali: i tecnici estrarranno messaggi, mail, dati di geolocalizzazione e ricerche web, mentre le indagini si allargano anche all’istituto agrario di Riccia, dove risultano effettuate query sul veleno nei mesi precedenti il decesso.




