Il giallo di Pietracatella e la conferma della ricina: adesso la procura analizza il cellulare di Alice

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’ombra della ricina si allunga in modo definitivo sul decesso di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita, trasformando quella che inizialmente poteva sembrare una banale intossicazione alimentare in un caso giudiziario dalle contorni inquietanti. È arrivata, infatti, la relazione tanto attesa dal Centro Antiveleni Maugeri di Pavia, un documento che certifica senza ombra di dubbio lo scenario peggiore: per le due donne, madre e figlia, si è trattato di una “grave intossicazione” provocata da questa potente tossina, la stessa che, come sottolineato dagli inquirenti, agisce in modo subdolo mimetizzandosi tra i sintomi di un comune mal di stagione.

Il rapporto, redatto dagli esperti dell’IRCCS Maugeri e citato nelle carte depositate presso la Procura di Larino, ha avuto un peso specifico decisivo nel ribaltare la prospettiva iniziale delle indagini. Questo materiale, infatti, è stato trasmesso al medico legale Benedetta Pia De Luca – colei che ha eseguito gli accertamenti autoptici sulle salme – e da lei stesso girato all’autorità giudiziaria, la quale ora coordina un fascicolo che, se da un lato resta aperto per omicidio colposo nei confronti di cinque medici del nosocomio campobassano, dall’altro procede spedito sulla pista del duplice omicidio premeditato contro ignoti.

Se le analisi tossicologiche hanno dato una risposta certa sul “come”, la priorità degli investigatori si è spostata sul “chi” e sul “perché”, un’indagine che passa inevitabilmente attraverso i dispositivi elettronici della famiglia. La Procura, guidata dalla procuratrice Elvira Antonelli, ha disposto l’acquisizione dello smartphone di Alice Di Vita, la figlia maggiore diciannove anni sopravvissuta alla cena fatale del 23 dicembre scorso – quella sera lei non era in casa perché uscita con amici – e la perquisizione digitale è stata fissata per martedì prossimo.

L’analisi della memoria digitale e il nodo degli appunti

L’accertamento tecnico sul telefonino di Alice, definito “irripetibile” data la delicatezza delle operazioni di estrazione dati, non implica necessariamente un’ombra sulla ragazza – che nel procedimento figura ancora come parte offesa al pari del padre Gianni – ma rappresenta un tentativo degli inquirenti di ricostruire il clima familiare e la sequenza cronologica degli eventi nei giorni cruciali compresi tra il 22 e il 25 dicembre. L’attenenzione dei magistrati si concentra in particolare su un arco temporale ben preciso: gli ultimi cinque mesi, ovvero il periodo che va da dicembre ad aprile, un lasso di tempo ritenuto strategicamente rilevante per capire eventuali dinamiche pregresse.

Cosa cercano esattamente i tecnici della polizia giudiziaria nella memoria del dispositivo? In primo luogo, le chat intercorse tra Alice e i suoi genitori, nonché quelle con la sorella minore Sara: conversazioni che potrebbero gettare luce sui rapporti intimi e sulle tensioni eventualmente latenti sotto la superficie della normalità domestica. Ma c’è un elemento che rende questa acquisizione ancora più peculiare, ovvero la presenza, all’interno del telefono, di appunti dettagliati redatti dalla stessa Alice. In queste note, la ragazza avrebbe annotato scrupolosamente i pasti consumati da madre e sorella durante le festività natalizie, una lista che comprende cozze, salumi e insalata giardiniera.

Gli investigatori stanno cercando di comprendere la genesi di questi promemoria: si è trattato di un semplice aiuto alla memoria per riferire ai sanitari cosa avessero mangiato i congiunti, magari redatto a posteriori mentre le condizioni delle due donne precipitavano? Oppure questo “diario alimentare” rappresenta un tentativo di ricostruzione a freddo per circoscrivere l’esatto momento in cui la tossina è entrata nell’organismo? Le domande sono al momento senza risposta, ma la Postale lavorerà per estrapolare anche la cronologia delle pagine web visitate, le email scambiate con parenti e amici riguardo alle cure ricevute in ospedale e, non ultimo, la posizione esatta in cui si trovava il dispositivo in quelle drammatiche ore.

Il silenzio del padre e le parole del legale

Mentre il mondo giudiziario trattiene il fiato in attesa degli esiti delle analisi informatiche, il fronte legale della famiglia si muove cercando di spegnere qualsiasi speculazione affrettata. L’avvocato Vittorino Facciolla, difensore di Gianni Di Vita – il padre rimasto vittima di una grave intossicazione che ne ha causato il trasferimento allo Spallanzani di Roma – ha voluto gettare acqua sul fuoco riguardo al coinvolgimento della giovane Alice. “Noi restiamo tranquilli, non sono preoccupato”, ha dichiarato il legale, spiegando che l’attenzione degli inquirenti sul cellulare della figlia maggiore è probabilmente una tappa obbligata di un’indagine “puntuale e metodica”, piuttosto che un vero e proprio indizio di colpevolezza.

“Stento a pensare che una ragazzina di 18 anni possa essere coinvolta in una cosa che neanche il Mossad avrebbe potuto gestire in questo modo”, ha aggiunto Facciolla, utilizzando una metafora potente per sottolineare l’assurdità, a suo avviso, di una regia criminale orchestrata da una giovanissima. L’avvocato ha inoltre ribadito che il nucleo familiare ha mostrato massima collaborazione, mettendo a disposizione altri dispositivi qualora la procura ne facesse richiesta; questa posizione, sostiene il legale, è dettata dalla volontà di dare agli inquirenti tutti gli strumenti per far luce su un giallo che ha sconvolto il piccolo centro molisano.

Intanto le indagini proseguono su più binari, e non solo all’interno delle mura domestiche. Gli accertamenti si estendono anche all’esterno, con particolare attenzione a eventuali modalità di approvvigionamento della sostanza letale. Sebbene la ricina sia un veleno difficile da manipolare, la sua origine naturale – estraibile dai semi della pianta di ricino – non la rende un reperto impossibile da trovare sul territorio. Non è escluso, quindi, che si stiano passando al setaccio anche gli strumenti informatici in possesso di alcuni istituti agrari della zona, per verificare se nei mesi precedenti la tragedia fossero partite ricerche sospette relative alla tossina.

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