Tancredi e Marinoni nell’inchiesta urbanistica: la difesa e il sistema opaco di Milano
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Redazione Interno
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Giancarlo Tancredi, ex assessore alla Rigenerazione urbana del Comune di Milano, è convinto di poter dimostrare la propria estraneità alle accuse che lo hanno portato agli arresti domiciliari nell’ambito dell’inchiesta sull’urbanistica. La sua difesa, che sta prendendo forma attraverso un’attenta analisi degli atti, punta a ribadire come le sue scelte siano state dettate esclusivamente dall’«interesse del Comune» e non da vantaggi personali. Tancredi, stando a quanto si è appreso, si dichiara «tranquillo» e pronto a replicare alle contestazioni, sostenendo di aver agito in piena trasparenza.
Parallelamente, un altro nome emerge con forza nelle indagini della Procura: Giuseppe Marinoni, già presidente della disciolta Commissione per il Paesaggio, accusato di essere al centro di un meccanismo di regulatory capture, ovvero quella pratica – mutuata dalla terminologia anglosassone – in cui i regolatori pubblici finiscono per essere influenzati, se non controllati, da interessi privati. Secondo gli investigatori, dietro le decisioni sulla trasformazione urbana si celerebbero dinamiche di lobbying e corruzione, con professionisti chiamati a valutare progetti legati agli stessi costruttori con cui intrattengono rapporti professionali.
Il caso scuote le fondamenta del cosiddetto «modello Milano», a lungo celebrato come esempio di sviluppo e attrattività per gli investitori. Quella che sembrava una macchina ben oliata, capace di coniugare crescita economica e innovazione, rivela oggi crepe profonde. Tra cantieri bloccati, progetti sospesi e un danno economico stimato in centinaia di milioni, l’immagine della città si offusca. Nelle chat tra alcuni degli indagati, come emerso dalle intercettazioni, si parlava di operazioni edilizie a cui bastava «una spolverata di sociale» per essere approvate, rivelando un approccio superficiale alle esigenze reali del territorio.




