Putin e al-Sharaa, un nuovo corso per la Siria e le basi russe

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La caduta del regime di Bashar al-Assad, un evento epocale che ha ridisegnato la cartina politica del Medio Oriente, ha costretto il Cremlino a un ripensamento strategico di notevole portata. Mosca, che per un decennio aveva sostenuto militarmente e politicamente Assad in una guerra civile di inaudita ferocia, ha ora ospitato il suo successore, Ahmed al-Sharaa, in un incontro ufficiale che segna una volata pagina nella complessa relazione tra Russia e Siria. L’incontro tra Vladimir Putin e al-Sharaa, avvenuto al Cremlino, rappresenta il riconoscimento formale di una nuova realtà a Damasco e suggella un pragmatico riallineamento degli interessi di Mosca, la quale, dopo aver perso un alleato storico, si affretta a costruire ponti con il nuovo potere. Un passaggio obbligato, il loro, dettato dalla necessità di preservare asset strategici di primaria importanza in una regione tutt’altro che stabilizzata.

Il silenzio del Cremlino sul destino di Assad

Proprio mentre i due leader si incontravano, una questione delicatissima aleggiava nelle sale del potere moscovita: il destino dell’ex dittatore siriano. Alla diretta domanda dei giornalisti su una sua possibile estradizione richiesta da al-Sharaa, il portavoce presidenziale Dmitry Peskov ha opposto un netto rifiuto di commentare, affermando semplicemente di “non avere nulla da comunicare a questo riguardo”. Una risposta, la sua, che lascia intendere come la materia sia considerata di estrema sensibilità e, forse, oggetto di trattative riservate. L’assenza di una smentita categorica, in casi del genere, è di per sé un elemento significativo, che alimenta le speculazioni su quale possa essere la sorte di un uomo un tempo protetto dal Cremlino e oggi apparentemente divenuto un ingombrante fardello.

Le basi militari al centro della nuova alleanza

Se sul futuro di Assad cala un imbarazzato silenzio, Peskov ha invece confermato senza esitazioni che al centro del colloquio vi era la discussione sul destino delle basi militari russe in territorio siriano. Si tratta della struttura navale di Tartus, l’unico approdo di Mosca nel Mediterraneo, e della base aerea di Hmeimim, pilastri della proiezione di potenza russa in Medio Oriente. La preservazione di questi avamposti, che garantiscono a Mosca una voce in capitolo negli affari regionali, costituisce senza dubbio l’interesse nazionale primario che guida il nuovo approccio pragmatico verso Damasco. La Russia, insomma, dimostra di saper separare le sorti di un uomo, per quanto alleato in passato, dalla difesa dei propri asset strategici a lungo termine.

Dall'opposizione qaidista alla presidenza

La figura di Ahmed al-Sharaa, noto in passato con il *nom de guerre* di Abū Muḥammad al-Jawlānī, aggiunge un ulteriore strato di complessità a questo riavvicinamento. Il suo percorso, che lo ha visto emergere da frange estremiste per poi guidare la coalizione che ha rovesciato il regime, rappresenta una delle tante metamorfosi del conflitto siriano. Il fatto che Putin, dopo aver combattuto proprio quei gruppi, stringa oggi la mano al loro principale artefice politico e militare, è la prova lampante di un calcolo geopolitico spregiudicato. Un calcolo che, mettendo da parte le ideologie, punta a consolidare l’influenza russa in Siria attraverso un dialogo diretto con chi detiene ora il potere effettivo, cercando di assicurarsi che le nuove autorità di Damasco non minaccino la presenza militare consolidata negli anni del conflitto.

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