Siria, la svolta di al-Sharaa tra profumi e confini

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Un fantasma, quello di un passato ingombrante, sembra aleggiare sulla marcia trionfale di Mohammed al-Sharaa, il quale, in meno di un anno, è transitato dall'essere considerato un terrorista qaedista a divenire un interlocutore riconosciuto alla Casa Bianca di Donald Trump. Neppure le sanguinose lotte interne, che hanno segnato la lunga transizione, e l'ombra islamista che per anni ne ha offuscato la figura sono riuscite a impedire questa metamorfosi politica; eppure, proprio nel momento di massima affermazione, Damasco e l'intero Paese si trovano ad affrontare il rischio concreto di un futuro a sovranità limitata, un paradosso che definisce la complessità dell'attuale fase. Con l'udienza ottenuta presso l'ufficio ovale, la crisalide che un tempo rispondeva al nome di Abu Mohammed al-Jolani ha definitivamente spiccato il volo, trasformandosi nella farfalla del presidente siriano ad interim Mohammed al-Sharaa, in un percorso che pochi avrebbero saputo immaginare solo pochi mesi fa.

Il profumo della legittimazione

La visita dello scorso 10 novembre, che ha una doppia e profonda valenza storica poiché è la prima nel suo genere dalla fondazione della Repubblica, segna una tappa imprescindibile verso il pieno riconoscimento dei nuovi soggetti politici emersi dopo quattordici anni di un conflitto spietato. L’attuale esecutivo transitorio, il quale non ha compiuto neppure un anno di vita dalla battaglia che ha portato al rovesciamento del cinquantennale governo della famiglia Assad, legato a doppio filo alla Russia, ha trovato nella Casa Bianca un sigillo inatteso. Un gesto, tra l’altro, ha simbolicamente sancito l’incontro: Donald Trump, in un video divenuto virale, ha personalmente spruzzato sul collo del leader siriano una bottiglia del suo profumo "Victory 45-47", un dono che, al di là delle apparenze, rappresenta un’imprimatura di carattere politico difficilmente revocabile.

Il nodo dei confini e la pace con Israele

Le dichiarazioni rese da Ahmed al-Sharaa costituiscono, d'altro canto, un passaggio decisivo per gli assetti della diplomazia mediorientale, poiché delineano una posizione chiara e inedita. Per la prima volta dall'insediamento, il presidente siriano ha affermato con risolutezza che un qualsiasi accordo di pace definitivo con Israele non potrà prescindere dal ritiro delle forze israeliane alle posizioni precedenti all’8 dicembre 2024, data che ha segnato la caduta di Bashar al-Assad. Non si tratta semplicemente di un punto negoziale da aggiungere a un già fitto agenda; al contrario, è una strategia politica ben precisa, la quale mira a consolidare la legittimità del nuovo governo di Damasco, a rimettere la Siria in una posizione centrale nel complicato scacchiere diplomatico regionale e, non da ultimo, a definire un quadro di sicurezza che superi l’inerzia e le incrostazioni del passato.

La sfida della sovranità

Questa nuova fase, inaugurata dall'incontro con Trump, porta con sé delle contraddizioni profonde, delle quali è necessario tenere conto per una comprensione completa della situazione. La stessa legittimazione internazionale, tanto agognata, arriva in un momento di estrema fragilità interna, mentre il Paese deve fare i conti con le ferite ancora aperte della guerra e con la necessità di ricostruire non solo le infrastrutture materiali, ma anche il tessuto sociale e politico. La definizione dei confini, se da un lato rappresenta un obiettivo primario, dall'altro evidenzia la dipendenza da equilibri geopolitici più ampi, sui quali Damasco ha un controllo ancora parziale, il che rende il suo futuro, nonostante i recenti successi, ancora tutto da scrivere e carico di incognite.

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