Trump, i dazi e il riarmo Ue: la doppia minaccia alla giustizia globale
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Redazione Esteri
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È un paradosso che la scelta di un miliardario reazionario, alla guida della maggiore potenza capitalista, abbia destabilizzato il mercato mondiale più di qualsiasi crisi finanziaria. Quelli che un tempo giustificavano la delocalizzazione come un fenomeno inevitabile – spostando la produzione dove il lavoro costava meno, sacrificando salari e diritti in nome della competitività – oggi si trovano di fronte a un protezionismo aggressivo che ribalta le regole della globalizzazione. Quella stessa globalizzazione presentata come un destino ineluttabile, da accettare senza riserve, ora viene smantellata da chi ne aveva beneficiato più di tutti.
L’America di Trump, che promette di tornare "grande", dimentica come sia diventata tale: accogliendo milioni di immigrati in un territorio sterminato e sottopopolato – la densità degli Stati Uniti è ancora oggi un quarto di quella cinese e un dodicesimo di quella indiana – e intervenendo in conflitti lontani, come le due guerre mondiali. Senza il contributo statunitense, a partire dall’ingresso nel 1917 sotto la presidenza Wilson, l’esito del primo conflitto sarebbe stato diverso. Ma se allora ci fosse stato Trump al posto di Wilson, è lecito dubitare che gli Stati Uniti avrebbero svolto lo stesso ruolo.
Oggi, però, quell’Occidente che un tempo reggeva simbolicamente il peso del mondo – come Atlante con le colonne del cielo – sembra volersene liberare, pretendendo persino un compenso per averlo fatto. «Adesso tutti ci chiamano, ci siamo messi al comando!», ha esultato Trump a bordo dell’Air Force One, sorvolando metaforicamente le macerie delle sue politiche commerciali. Un trionfalismo che nasconde una retorica vittimista, tipica di chi trasforma la storia in una cospirazione contro il proprio popolo. Gli Stati Uniti, in realtà, dominano da ottant’anni come prima potenza militare, economica e culturale, plasmando l’Occidente attraverso il dollaro, la tecnologia e l’intrattenimento.




