La benedizione di Leone XIV a Barcellona tra il monito contro la guerra e l’inaugurazione della torre di Gesù
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Redazione Esteri
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Barcellona, 11 giugno – Si è chiuso nella basilica della Sagrada Familia, letteralmente illuminata da uno spettacolo di droni e fuochi d’artificio, il secondo e ultimo giorno del viaggio apostolico di papa Leone XIV in Catalogna. Una giornata, quella di ieri, iniziata in un luogo di detenzione, il carcere Brians 1 di Sant Esteve Sesrovires, e proseguita con una tappa carica di spiritualità millenaria all’abbazia di Montserrat, prima del solenne appuntamento serale che ha attirato l’attenzione dei fedeli e delle massime autorità spagnole.
La visita al penitenziario – dove il pontefice, come riportano le cronache, ha incontrato i detenuti ascoltando le loro storie – è stata l’occasione per ribadire un concetto chiave del suo magistero, ovvero che «gli errori della vita non determinano l’identità di una persona», un invito alla speranza rivolto a chi sconta una pena ma non deve sentirsi definitivamente escluso dall’abbraccio divino.
L’abbraccio di Montserrat e il ricordo dei martiri
Salendo verso il santuario benedettino, il vescovo di Roma è stato accolto dal vescovo locale Xabier Gómez e dall’abate Manel Gasch; all’interno della basilica ha presieduto la recita del rosario, un momento di raccoglimento durante il quale ha voluto sottolineare come quelle mura secolari siano «testimoni del sangue versato per amore di Gesù Cristo».
Un riferimento, questo, che non è passato inosservato alla luce delle persecuzioni che ancora oggi colpiscono i credenti in diverse parti del globo: le pietre di Montserrat custodiscono la memoria di chi ha pagato con la vita la propria fede, e il pontefice ha voluto che quel sacrificio non fosse dimenticato, quasi a creare un ponte ideale tra il dolore del passato e le sfide del presente.
La “Moreneta”, la Vergine scura tanto cara ai catalani, è stata al centro di un discorso che mescolava devozione mariana e richiamo alla pace interiore, elementi che hanno preparato il terreno al messaggio, ben più duro, che sarebbe risuonato poche ore dopo sotto le volte della Sagrada Familia.
Il monito nella messa: niente guerra e rispetto per l’innocente
Se la mattinata era stata segnata dal silenzio del chiostro e dal dialogo carcerario, la serata ha preso una piega decisamente più solenne e, in alcuni passaggi, quasi politica. Alla presenza del re Felipe e della regina Letizia, oltre che del premier Pedro Sánchez, papa Leone XIV ha celebrato una messa in cui ha scelto di non usare giri di parole, arrivando dritto al cuore delle tensioni internazionali.
«Non possiamo credere in Gesù e fare guerra», ha tuonato dal presbiterio, aggiungendo un passaggio altrettanto netto contro l’aborto, definito come l’uccisione di un innocente prima ancora che veda la luce. Frasi complesse quelle del pontefice, che ha sapientemente intrecciato il catalano con il latino e lo spagnolo per raggiungere ogni componente della platea, e che hanno trasformato la funzione religiosa in un atto di denuncia chiaro e senza ambiguità.
La cerimonia, della durata di circa novanta minuti accompagnata da un imponente coro, è servita quindi da preludio per l’evento clou della serata: l’inaugurazione della torre di Gesù Cristo, la più alta tra le diciotto del complesso, che con i suoi 172,5 metri rende ufficialmente la Sagrada Familia la chiesa più alta del mondo.
Tecnologia e fede: lo spettacolo dei droni per Gaudí
Al termine della celebrazione eucaristica, il pontefice si è spostato all’esterno per benedire la nuova guglia, un momento che aveva dell’incredibile per la commistione di antico e moderno. Mentre la croce rivestita di vetro e ceramica brillava in cima alla struttura progettata da Antoni Gaudí – del quale ricorre il centenario della morte – il cielo di Barcellona si trasformava in una tela luminosa.
Centinaia di droni, sincronizzati con precisione millimetrica, hanno disegnato nell’aria i tratti somatici dell’«architetto di Dio», proiettando poi a lettere di luce il motto che lo stesso Gaudí amava ripetere: «Prima l’amore, poi la tecnica». Uno spettacolo che ha unito la tradizione artigiana catalana alla più avanzata tecnologia, seguito da un’esplosione di fuochi d’artificio attorno alla basilica che ha preceduto la comparsa, da sola, della parola “Grazie” nel firmamento.
Il papa, visibilmente colpito, ha osservato la coreografia dalla facciata della Natività, mentre la folla esultante acclama una volta di più un leader religioso che, pur parlando di pace, non ha esitato a usare toni duri contro le guerre e la violenza strutturale del nostro tempo.




